Racket del caro estinto, il business senza crisi vale 50 milioni l’anno

L’ultimo caso: truffa a una donna a cui è morto il figlio. E le imprese più spregiudicate continuano a fare affari

Una torta da 50 e passa milioni di euro all’anno fa gola. E per assicurarsene una fetta, non si va molto per il sottile. Bombe e pistolettate con le aziende non allineate, mance a chi procaccia l’affare, nessun scrupolo a saltare addosso ai parenti appena si profila un contratto. Per questo il racket del caro estinto, nonostante le continue mazzate della magistratura, continua a crescere come una metastasi nel cuore della città.
L’ultima denuncia arriva da Rosaria del Carmen Urrutia, madre di Francesco D’Addato, morto a 22 anni, all’alba del 25 ottobre dell’anno scorso in un incidente stradale. Il tempo di correre al San Raffaele e già arrivavano le telefonate. E al suo cellulare. Visti i precedenti non si può non sospettare degli infermieri o degli addetti all’obitorio, notoriamente nel libro paga delle onoranze funebri. Chiama la Preatoni di Segrate e solo quella. A dimostrazione che il mercato tra le ditte è rigidamente diviso: ognuno ha i suoi morti da seppellire. E subito dopo lo studio infortunistico del professor Roberto Marsi che fa firmare alla donna il mandato per recuperare i danni. E quando la povera madre chiede di rescindere il contratto, pretende una penale di 44mila euro. Più Iva.
«Non è facile mettere ordine in questo ambiente - sospira Stefano Pillitteri assessore ai Servizi Civici, dunque funerali e cimiteri -. Basti pensare che la corruzione era arrivata fino ai nostri uffici». Lo scorso febbraio i dirigenti comunali Luigi Balladore, 56 anni, e Carla Ferrari, 53, furono arrestati e poi condannati a due anni e quattro mesi e tre anni. Beccavano mazzette da 2.500 a 20mila euro da Andrea Cerato della San Siro, condannato invece a sei mesi e 20 giorni, per creare corsie preferenziali nelle sepolture. Ma questa era solo una costola della maxi inchiesta che nel settembre del 2008 aveva portato in galera, o ai domiciliari, lo stesso Cerato, il padre Alcide il fratello Massimo, i colleghi Vito Lo Verde e Riccardo D’Antoni del Gruppo Varesina Sofam e 41 infermieri, foraggiati con circa 10mila euro al mese per segnalare tempestivamente i decessi. Altre 19 aziende finirono nel mirino dei magistrati compreso l’Istituto Lombardo di Tanatoprassi già indagato, sempre in combutta con i Cerato, nel 2007 in un’inchiesta della procura di Monza.
«Non abbiamo grandi strumenti per fronteggiare il fenomeno - spiega l’assessore -. Due anni fa abbiamo redatto un opuscolo con i “Diritti dei dolenti”, come chiamiamo i famigliari, con una serie di indicazioni per non farsi truffare. Da una trentina d’anni il Comune non può più organizzare funerali, così abbiamo calmierato i prezzi concordando con una ventina di aziende mille euro a servizio, un terzo della tariffa media. Riuscendo così a soddisfare il 20/25 per cento delle richieste. L’iniziativa è stata duramente contrastata dal solito “cartello” che ha anche presentato ricorso al Tar».
Il «cartello» di cui parla Pillitteri è quello che si è diviso la città in modo da porre fine a guerre commerciali e non solo. Basti pensare all’esplosione di violenza dell’estate 2008 con una decina di attentati. «Sembrava di essere nella Chicago degli anni ’20 - ricorda Stefano Pillitteri -. Del resto il mercato è grosso e i margini di guadagno elevati. Tre anni fa la Regione calcolò il costo medio di una sepoltura attorno ai 3mila euro. E ogni anno a Milano ci sono 16mila decessi. Fate un po’ voi i conti».
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