Una ragazza d'acciaio in un mondo di orchi

Bouysse non offre bocconcini prelibati, è un uomo che abita il lato oscuro e il suo forno, al massimo, è quello della strega di Hänsel e Gretel.

Franck Bouysse, francese della Corrèze, ha un'aria che ricorda Carlo Cracco, lo chef, ma non pensate subito alla burrosità della nouvelle cuisine, insomma non lasciatevi ingannare: Bouysse non offre bocconcini prelibati, è un uomo che abita il lato oscuro e il suo forno, al massimo, è quello della strega di Hänsel e Gretel. E infatti la protagonista di Nato da nessuna donna (Neri Pozza), la quattordicenne Rose, finisce nelle mani di un orco moderno, un uomo disgustoso e violento che ha il sostegno (attivo e ancora più mostruoso, se possibile) della madre, una vecchia secca e perversa, nera come i vestiti che indossa.

Bouysse insegna biologia in un liceo di Limoges, ed è quasi con il microscopio dello scienziato che viviseziona il male, non lasciando a chi legge il tempo di rifiatare dall'angoscia, avvolgendolo nel destino che fin dall'inizio segna la vita sfortunata di Rose, prima delle quattro sorelle che vivono a Les Landes, in una fattoria dove il padre fatica a sfamare tutti. Allora, come nella fiaba dei fratelli Grimm, l'uomo pensa di risolvere i guai economici con l'abbandono della prole, e vende la primogenita al miglior offerente, che però si rivela pessimo. Il ricco e grasso Charles trascina la giovane Rose nel suo castello nella foresta, Les Forges, una villa degli orrori in cui non manca nulla, quanto ad abusi ed efferatezze: il giardiniere Edmund l'ha messa sull'avviso, ma Rose non può immaginare l'abisso di violenze psicologiche, fisiche e sessuali in cui sta per essere trascinata, schiacciata come la bambola di pezza che ha portato con sé, ricordo di un mondo perduto: «Mi sono incollata la bambola sotto il naso e ho iniziato ad annusarla. La mia infanzia era tutta contenuta in quell'odore, come una mappa che ero sempre stata capace di aprire e che mi permetteva di andare in un posto che ero l'unica a conoscere. Un tempo. Tutto ciò si era sgretolato dentro di me».

Se qualcuno pensa che l'orrore raccontato da Bouysse sia esagerato, gli basti ricordare ciò che la cronaca ci mette sotto gli occhi ogni giorno. Distruggere un'altra persona, annichilirne la volontà, dominarla fisicamente e mentalmente è, per alcuni, un passatempo, come lo è per Charles e la madre, persi nei loro «progetti» folli. Così folli, che Rose finisce al manicomio. Ed è proprio chiusa in quella prigione, dove il «dottore» spicca per crudeltà, che Rose riesce a raccontare la sua storia, scrivendola su dei quaderni che saranno affidati a un prete, padre Gabriel...

Perché Rose, nonostante tutti i tentativi di Charles, della madre di lui e del «dottore», resiste e non perde la testa nemmeno di fronte alla tortura più insopportabile che le viene inflitta. E neanche il manicomio, ospitato negli edifici di un antico monastero, con le celle dei monaci trasformate da luogo di preghiera per la salvezza delle anime a luogo di sottomissione, la piega: «Qui non è la follia degli altri che mi fa paura, è di non potermici rifugiare anch'io». Anni e anni fra quelle mura non le tolgono la speranza, quella che le fa disprezzare la pietà: «La pietà è il sentimento peggiore che si possa ispirare agli altri. La pietà è la sconfitta del cuore».

Chi è il «nato da nessuna donna» del titolo? Bisogna arrivare fino alla fine per scoprire il mistero costruito da Bouysse e se, dopo tanta angoscia e tanto buio, ci sia anche un po' di luce.

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