Il «Re» dell’horror a lezione di paura in casa di Manzoni

Il taxi scaricò lo straniero all’imbocco di via Promessi Sposi. L’uomo era un gambalunga. Senza bagaglio, indossava jeans e una t-short bianca, con la scritta It. Si ravviò il ciuffo, qua e là ingrigito. S’aggiustò gli occhiali massicci. Aveva sguardo da cacciatore. Un predatore di dettagli, di scorci, da inchiodare nella mente, ottimi per insaporire un racconto, una storia.
«Brusuglio...» mormorò, chiedendosi per quale magia ai bordi della Milano metropoli, dopo la babilonia della tangenziale, il tempo si fosse paralizzato in quel ritaglio di paese, pieno di alberi e della gazzarra delle rondini. L’estate era in corsa, e l’aria del tramonto odorava di glicine e di fiori di tiglio. «Tilia platyfillos» disse tra sé lo straniero, come ripassando la lezione. Sapeva che il suo ospite - l’appuntamento era alla villa, mancavano pochi minuti - aveva il pallino della botanica. Così si era preparato, non voleva rischiare magre da ignorante. La ghiaia della via scricchiolò sotto le sue pesanti suole Timberland.
Gli si fece incontro un campagnolo, sulle spalle una gerla di fieno. «Può dirmi dove sta mister Manzoni, Alessandro Manzoni?», domandò l’americano al passante, in buon italiano, solo impastato a tratti, come di uno che parla masticando gomma. «El don Lisander?» interloquì il paesano, sfiorandosi la tesa del cappello, per saluto. «Là in fondo», continuò, voltandosi per indicare la cancellata di ferro battuto, e riprendendo lesto la strada.
Qualche passo, e la casa apparve a Stephen King, adagiata sul cortile sassoso: c’era la fontana con le oche e i cani; svelte colonne ombreggiavano la larga facciata rossa; vicino alla rimessa, con le stanghe in alto, riposava un calessino di legno. «Assomiglia a Bangor», ridacchiò l’autore di best seller, con un morso di nostalgia per il suo rifugio, lassù nel Maine. Lasciava di malavoglia il suo palazzotto con le torri a lato e il portico rotondo coloniale, da Nuova Inghilterra. Ma s’era preso l’impegno di quelle conferenze, a Milano, solo perché il suo agente gli aveva procurato un’intervista con il vecchio scrittore, che non era certo prodigo di contatti.
Don Lisander era là, sulla scalinata. Redingote nera, le spalle curve, il passo retto dal bastone, basettoni bianchi al vento e due occhi sputafuoco come mitragliatrici.
«Venga, signor King!», lo salutò con voce cordiale, un po’ inceppata, senza tendergli la mano, ma facendogli strada verso l’ombroso salone al pianterreno. «King..., king...» aggiunse subito, pensieroso «nella sua lingua vuol dire “re”, nevvero?». E senza aspettare repliche, mentre il visitatore, al suo invito, si accomodava sulla poltrona davanti al gran camino spento, don Lisander prese a raccontare, in piedi, appoggiato alla mensola di marmo, lo sguardo vagante nel passato.
«Mi obbligavano a scrivere “re”, e anche “papa”, con la maiuscola» borbottò il vecchio «quand’ero ragazzo, a scuola, a Merate, in quel sozzo ovil di mercenario armento dei padri Somaschi... Ma io» e qui la risatina si trasformò in tosse catarrosa, prontamente sedata da una presa di tabacco, pizzicata dalla scatola d’avorio «neanche per sogno. Se lo immagina, lei, un nipote del Cesare Beccaria, un pupillo del Carlo Imbonati, un figlio della Giulia, che smorza l’intelletto illuminato e piega il ginocchio alla prepotenza miope delle tonache? Mai!».
Aggancio avvenuto. Non c’era più un millimetro di distanza tra lo yankee e il gentiluomo lombardo. «Ma so che anche lei è stato un peperino, tra i banchi» continuò Manzoni, affabile, «quel suo giornale umoristico, The village vomit, al liceo, con tutte quelle beffe ai professori, i nomignoli e le caricature, che l’è costato una settimana di castighi, eh, ben fatto, ben fatto...».
King si guardò intorno. Sullo scrittoio, tra calamaio e penne d’oca assortite, notò un fiammante notebook Toshiba Portégé, collegato in wi-fi. «Per scrivere, no» continuò Manzoni, leggendo nel pensiero dell’altro «la tastiera non fa per me... Ma per conoscere le cose del mondo, internet è anche meglio dell’Encyclopedie che tengo di là, nello studio. Sono un umanista. E l’umanista è uno che allarga la visione, non che la restringe. Mi sono informato su di lei, sa?». Il maggiordomo, discreto, aveva apparecchiato per il caffè.
«Prenda, prenda...» quasi ordinò Manzoni «e mi sappia dire. È caffè di Brusuglio. Tutta fatica mia. Non è una gran piantagione, là dietro, in giardino, in mezzo alle robinie, ma ne vado fiero. Più di tante frivolezze che ho scritto. Ma lei non ha passato l’oceano per sentire queste panzane da vecchio...».
«Vogliamo parlare di... letteratura?» tagliò corto King, gustando il caffè e sfoderando un sorriso dei suoi, mezzo luce, mezzo nevrosi, nello scavo delle guance. «Di libri, vorrà dire, caro amico» puntualizzò don Lisander «vede, io sono lumbard fin nel midollo, una persona pratica. Mi piace la roba concreta, che pesa, che resiste, che sa di lavoro, di sudore, di passione. Le ha già scritte, oggi, le sue 2500 parole?». Manzoni estrasse dalla tasca della palandrana un libro spiegazzato, costellato di note di suo pugno. Era una copia di On writing, l’autobiografia di un mestiere, il confessionale d’autore in cui Stephen King metteva in esposizione la sua cassetta degli attrezzi. E tra questi, basilare, la costanza dello scrivere, l’impegno fisico e mentale, senza sconti: Signore dammi il tot di pagine quotidiano (domenica, Natale, compleanno e Independence Day compresi).
«Yes, stamattina, in albergo, quattro ore filate di... come dite voi, di olio di gomito, di macina, insomma di dolore e di gioia, romanzo nuovo in costruzione. Esce in autunno». «Bravo, ragazzo! Eh, faccio anch’io così. E non le dico quando il libro sta per uscire. Corro in tipografia tre volte al giorno (sa, qui lavoriamo ancora con i vecchi metodi) e strappo via la pagina in bozza, che già puzza d’inchiostro sotto il torchio, per dare una limatina di qua, un’aggiustata di là, fin quando la frase è a piombo. E, mi dica, come fa, quando è fuori sede, a spararsi nelle orecchie tutti quei decibel di rock metallaro, mentre scrive?». «iPod, ovvio» rispose il romanziere, estraendo dalla tasca il minilettore più venduto al mondo.
Un’ombra di mestizia calò sulle rughe del vecchio, che volse il viso, come per pudore, e con voce più spenta continuò: «Anch’io, sa, adoravo scrivere con le note che mi danzavano intorno. Un tempo c’era lei, a suonare il piano... Era il 5 maggio del 1821, eravamo proprio qui, a Brusuglio, io ed Enrichetta, quando arrivò la notizia. Napoleone Bonaparte era morto. Mi sedetti subito al tavolo, un blocco di carta davanti, e cominciai a fare la punta alla mia penna migliore. Enrichetta attaccò l’Eroica di Beethoven. Ei fu. Siccome immobile... Il primo verso mi rotolò addosso come una manna nel deserto. Ma per finire quelle diciotto strofe, 108 versi di martirio e dannazione, ci misi quattro giorni. E lei non smise un momento di far volare le sue dita sui tasti...».
«Un buon lavoro, signore» disse King, con ammirazione sincera. «Già, ma i miei problemi sono ben altri...»: scricchiolarono, le vecchie ossa, quando don Lisander trascinò una sedia di fronte all’ospite e s’accomodò, con prudenza, raccogliendo tra le magre dita le falde della giacca fuori moda. «Quel mio romanzetto, sa, I Promessi sposi...». «Un’ottima storia» s’intromise l’altro, accavallando le gambe e sentendo che l’atmosfera si scaldava. «Non è questo il punto», aggiunse Manzoni, tagliando l’aria con un gesto iroso «l’ho riscritto tre volte, e sa perché? I sapientoni, i critici, quelli che campano scribacchiando i libri di scuola, la raccontano così: Manzoni voleva perfezionare la lingua. Verissimo. Ho risciacquato i cenci in Arno... Mi scusi, sto usando un gergo che lei non può capire...».
«Capisco perfettamente, invece» disse Stephen, curvandosi verso l’interlocutore «anche se io uso un linguaggio molto più diretto e... beh, sì, primitivo, non vuol dire che quando ho una pagina bianca davanti vada tutto liscio, con le frasi e le parole. Lei “ha risciacquato i cenci in Arno”, cioè a Firenze: voleva costruire una lingua pulita, giusto?, una rete comune di parole, che tutti potessero capire e gustare, dalle Alpi all’Etna. L’ha scritto lei, in quel suo best seller, Marzo 1821 (varrebbe la pena di farci un rap), la nazione è una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor. Spettacolosa, come idea. Ne sappiamo qualcosa noi, negli Stati Uniti: e pluribus, unum, “dai tanti, un solo paese”. Ci voleva un miracolo, però, se penso come andavano le cose, qui da voi. E lei l’ha compiuto, per la lingua, almeno...». «Venga al sodo» s’intromise don Lisander, a cui l’incenso della lode faceva venire l’orticaria. «Ci vengo subito», disse l’altro «vede, quando racconto storie, io ho nel cervello e nel cuore il mio Lettore Ideale. Lui è il tiranno. Il mio timone. Il mio prof. Ma anche il mio amico migliore. E non ha patria. Abita nel mondo. Lettore globale. Anch’io ho un questione di lingua. Devo inventarmene una che vada bene nel Maine, dove abito io, ma anche agli antipodi, in Cina, in Australia o a... Brusuglio. Perché io, il libro, devo venderlo in ogni libreria, ogni edicola, ogni stazione della metropolitana in questo vasto globo!».
«Oh, finalmente, ci siamo...» disse il vecchio, con un gran sospiro di sollievo. «Ho anch’io i miei bravi lettori. E sono molti di più dei venticinque che, per falsa modestia - un trucco del mestiere, lo confesso - mi sono attribuito nel primo capitolo del libro. Il mio problema è che il libro non riesco a venderlo. Mi sono mangiato un patrimonio per farlo stampare - a spese mie - ma qui da noi gli editori sono pirati. Non fai in tempo a uscire con una prima edizione, che ne spuntano decine e decine, tutte false, e a te non entra in tasca il becco di un quattrino. Le ho pensate tutte. “Usciamo a dispense” mi son detto. Ci facciamo anticipare la somma dell’opera intera, una specie di abbonamento e poi, mese per mese, spediamo ai cari sottoscrittori una fetta di romanzo. Niente da fare. So che per l’Italia girano tante copie della mia opera, quante sono le foglie di quel platano, là, vicino al muro della villa. Ma qui non esiste il benedetto copyright, l’autore non ha diritti, solo doveri e tormenti...».
«Le dispense sono una gran bella cosa» ragionò, da intenditore, l’americano «sono uscito anch’io con quel sistema, s’intitolava Il miglio verde, dieci milioni di copie, una più, una meno... Ma la mia era una scelta - come posso dire? - creativa, un po’ nostalgica: mi ricordava i primi tempi, i giorni magri, quando vendevo un raccontino qui, una novella là, quel paio di dollari per una birra in compagnia. Poi ne ho inventata un’altra. Mettere in coda al libro il capitolo primo del lavoro seguente. Così, per ingolosire il Lettore. Funziona. È andata benino con Duma Key. Alla fine, internet. Ho messo il libro in rete. Un dollaro a contatto. Non sapevo più dove ficcare i milioni del guadagno...».
Manzoni fremeva, borbottava, ripensava allo sproposito che aveva scialacquato per far commissionare a quel pittore, il Gonin, le illustrazioni per il suo romanzo. «Non copieranno anche quelle...» s’era illuso. E invece...
«Basta parlare di soldi» disse don Lisander, alzandosi e passeggiando per il salone, dove ormai si spandevano le ombre. Il maggiordomo, silenzioso, accese i candelieri. «Siamo romanzieri, non bottegai. Che cos’è davvero importante, per lei?». La conversazione prendeva la piega giusta. Fu come quando un’orchestra sinfonica trova l’accordo magico, e la musica esplode perfetta. «La storia» rispose King, senza esitare. «La storia è tutto. Una buona storia. Ogni mattina, quando apro gli occhi, prego Dio che mi mandi in regalo una storia. Raccontarla è la mia estasi». «Qua la mano, ragazzo» gridò il vecchio «parliamo la stessa lingua. E quando dici di una storia, non intendi, per caso, una situazione, un inizio, da cui parte tutto? Un curato di campagna che una mattina, bel bello, cammina su una stradicciola, butta verso il muro i ciottoli che fanno inciampo, alza gli occhi alla vetta del monte, illuminata dal sole e, all’improvviso, là, vicino alla cappella, scorge due energumeni che han tutta l’aria di aspettare proprio lui?». «O uno scrittore di successo, che ha consegnato all’editor il libro appena finito, si prende una vacanza in Colorado, e al ritorno, sulla strada di New York, si becca una tormenta di neve, esce di strada e resta lì, ad aspettare i soccorsi...» fece eco King, con la progressione di un motore che aumentava i giri.
«E che mi dici dell’ambientazione, figliolo, deve essere precisa come un buon quadro? Un tetro castello, un portale arrugginito, con due grandi avvoltoi, i teschi penzoloni, uno mezzo rosicchiato dal tempo, l’altro ancora in piume, con due bravacci sdraiati sotto, in attesa di godere delle briciole cadute dalla tavola del padrone?» recitò don Lisander, gesticolando. «O un Hotel a picco sul ghiacciaio, con un piazzale per le auto davanti, che d’inverno diventa una fortezza spaventosa persa nella bufera di neve...» rintuzzò Stephen, che seguiva con lo sguardo l’acciaccato andirivieni del suo ospite. «A quanto pare, sei il maestro dell’orrore» riprese Manzoni, che era ormai passato al confidenziale «tu», rarissimo, sulle sue labbra. «Intingi la penna nell’incubo. Che ne dici di questo: un carro cigolante che passa per Milano, pieno di cadaveri, vittime di peste, becchini indemoniati che tracannano vino dal fiasco e uno di loro, per spaventare la gente, mulina in aria uno straccio strappato a un morto, minacciando di scagliarlo tra la folla?». «Non male, non male» commentò Stephen «ma trovo più spinto l’orrore psichico, il sogno folle, come le visioni di quel tale, don Rodrigo, che si sente l’ascella trafitta da un pomo di spada, e invece è il bubbone mortale della malattia che suppura. Una scena da maestro. Io, per me, ho scritto la storia di uno che ha avuto il braccio strappato da un’escavatrice, ma se lo sente, vivo e pulsante, come fosse ancora attaccato alla spalla...».
«Orrore psichico. Mi piaci come parli, ragazzo» riprese Manzoni. «E ce n’è un altro, di tasto: l’orrore morale. La degradazione del vizio. Il gusto di far soffrire gli altri, solo perché sono più deboli, tu hai la forza dalla tua e il mondo corrotto e ingiusto, il mondo della storia, ti lascia fare le tue ribalderie, senza fermarti, senza punirti, anzi, facendoti credere che sei un grande in proporzione della tua malvagità. L’orrore dei vigliacchi - c’è anche questo, purtroppo - che si sentono vasi di terracotta in mezzo a vasi di ferro, e si autoassolvono, convinti che basti chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie, legarsi la lingua per tornare vergini e innocenti. Ma poi succede che una Forza più grande scende in campo, afferra le redini del gioco e provvede a rimettere in ordine lo sfacelo. Tu vedi un disegno, in tutto questo, figliolo?».
«Signore» disse Stephen «questa mano di carte forse è troppo rischiosa, per me. Passo. Voglio dire che... non saprei. Non sono ancora pronto, per questo genere di storia. Qualche anno fa, mentre passeggiavo dalle mie parti, su nel Maine, un minicaravan azzurro è passato sferragliando sul mio corpo. Mi ha perforato un polmone, mi ha spaccato le gambe in nove punti e mi ha fatto perdere la memoria. Eppure adesso sono qui, con il più grande romanziere del mondo, a parlare dell’unica cosa per cui vale la pena vivere: la scrittura. Sì, forse un disegno c’è. Ma io mi chiamo Stephen King, non Alessandro Manzoni. Non sono abbastanza bravo, per mettere sulle pagine quel disegno».
Il silenzio cadde tra i due. «La cena è servita, signori», disse il maggiordomo, spalancando la porta del salone. «A tavola, adesso» concluse il vecchio «e, prima di dormire, berrai la tisana di tiglio che ti ho preparato. È un calmante con i fiocchi. Non farai incubi, non questa notte, almeno. Anche se qui, in questa grande casa dei silenzi, passeggiano tanti fantasmi... Io sono solo, ormai. Li vedo ogni sera. Ma non mi fanno paura, anzi, mi mancherebbero, se non venissero. Ah, dimenticavo. Non chiamare il taxi, domani. Ti farò portare in centro con il legnetto, sai, quel calesse là fuori. Devi solo lasciarlo in via del Morone. Verrà buono a qualche amico, quando deciderà di passare a Brusuglio, per una chiacchierata insieme, o forse una preghiera».

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