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"Ricordi, immagini e relazioni. Così il nostro Sé è diventato digitale"

Il neuroscienziato Vittorio Gallese racconta come siamo stati modificati dalle nuove tecnologie

"Ricordi, immagini e relazioni. Così il nostro Sé è diventato digitale"

Da neuroscienziato, Vittorio Gallese è convinto che "la chiave migliore per interpretare il mondo in cui viviamo sia l'estetica", intesa "come la sensibilità corporea attraverso cui percepiamo la realtà e come l'estetizzazione, o cosmetizzazione, che investe tutti gli aspetti della vita sociale, scienza inclusa". È in questa ottica che Gallese, docente di Neuropsicologia e Neuroscienze cognitive all'Università degli Studi di Parma, indaga Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica (Raffaello Cortina Editore, pagg. 272, euro 16).

Professor Gallese, come esplora il "Sé digitale"?

"L'idea è di comprendere come cambino la soggettività e le interazioni in un mondo totalmente nuovo, che muta continuamente sotto i nostri occhi e per orientarci nel quale ancora ci mancano le coordinate e una bussola. Il digitale plasma la nostra visione del mondo e della realtà".

In che modo?

"Per usare uno slogan, il mondo è l'immagine, e le immagini sono sempre più il nostro mondo. Immagini che, peraltro, facciamo sempre più fatica a discernere se siano genuine o prodotte artificialmente. Poi c'è la relazione con l'altro, che spesso è a distanza; e molti ormai si relazionano con un altro che non è un altro, bensì un algoritmo, che è lì per compiacerci e offrirci conferme, e che rischia di diventare il modello per le relazioni con l'altro anche quando spegniamo la macchina".

Con quali conseguenze?

"L'altro non ci dà ragione a prescindere, anzi, c'è il rischio che non sia d'accordo o che ci contesti. È così che la frizione, l'attrito e l'imprevedibilità della relazione umana sono modificati. Il fatto è che la nostra mente è embedded, quindi è plastica, il che significa che cambia le risposte in base al contesto in cui si trova; in prospettiva, questo vuole dire un cambiamento antropologico".

Lei scrive che "l'Ia non è strumento". Che cos'è?

"Non è un gadget più intelligente della friggitrice ad aria: quelli digitali sono dispositivi ontologici, che cambiano il nostro mondo e la realtà, che è determinata soprattutto da ciò che ci appare dagli schermi; e ciò che ci appare non siamo noi a determinarlo, bensì gli algoritmi, che cercano di adattarsi a noi e alle nostre preferenze. Però la relazione è reciproca: anche noi ci adattiamo agli algoritmi e, quindi, il rischio è di desiderare quello che la macchina ci suggerisce e perdere l'autonomia".

In quali altri modi il sé è modificato nell'ambiente digitale?

"Un altro aspetto è la memoria. La singolarità personale dipende dai ricordi che, da sempre, sono evocati da qualcosa che vediamo, annusiamo o sentiamo; oggi invece ci alziamo al mattino, guardiamo il telefono e siamo sollecitati da ricordi selezionati dall'algoritmo, che entra nella nostra vita con la sua logica e poi ci invita anche a condividerli con gli amici. La sceneggiatura del nostro sé, che di solito siamo noi a costruire, viene determinata esternamente dalla mia soggettività: è uno storytelling eterodiretto. Una esternalizzazione della memoria e, anche, una perdita di autonomia".

Sostiene che nel mondo digitale non ci sia alcuna disincarnazione, anzi.

"Il corpo è rimodellato da questa nuova realtà. Pensiamo alle immagini: ormai le guardiamo toccandole, scorrendole, ingrandendole, spostandole... Chi è il protagonista? Il corpo. Il telecomando sono le dita della mano. Il fenomenologico non puoi toccare senza essere toccato oggi è una verità fattuale. Poi c'è la visione nomadica".

Di che si tratta?

"Lo schermo è portatile, quindi la visione si muove con noi e perciò non siamo più solo dove siamo fisicamente, ma siamo anche sempre nell'altrove proposto dallo schermo stesso; il che può portare a uno spaesamento. E l'altrove, per motivi commerciali e per mantenerci connessi, privilegia contenuti negativi e ansiogeni".

È colpa della tecnologia?

"No. Non sono nostalgico e ho scritto un saggio contro la tecnofobia. L'uso della tecnologia va inquadrato in un modello globale di società: non è il nostro cellulare a renderci narcisisti, bensì è un modello di soggettività che deve emergere ed essere popolare a tutti costi a spingere verso un certo utilizzo".

Quanto conta la visibilità per il Sé digitale?

"La categoria della visibilità come rilevante per l'autoaffermazione è il prodotto di una cosmetizzazione della società: la tecnologia è il mezzo per affinare l'idea che oggi, se non siamo visibili, non esistiamo".

Il digitale è il nostro habitat ormai?

"Nella misura in cui il contatto con la realtà - le relazioni sociali, le informazioni, l'intrattenimento, il lavoro, la didattica - avviene in questo ambiente, esso diventa addirittura prevalente rispetto a quello della presenza fisica. Si sposta l'asse dell'esserci, e cambia tutto".

Che cosa possiamo fare?

"Innanzitutto esserne consapevoli: c'è molto da fare a livello di scuola, di università e di famiglie. E poi c'è quella che chiamo la politica del sentire, ovvero organizzare il nostro abitare il mondo digitale e quello fisico cercando di mantenere i valori che ci rendono umani: l'empatia, l'originalità, la creatività, il farsi domande più che cercare risposte che ci accontentino. Alla fine propongo un dialogo con ChatGpt sulla coscienza dell'Ia: è stato un modo per saggiare il sospetto di una alterità che è lì per darti ragione".

Come è andata?

"L'impressione era che parlasse utilizzando le mie parole, e che rispondesse negativamente sulla possibilità della coscienza dell'Ia con argomenti miei. Così le ho chiesto: e se la stessa domanda l'avesse posta David Chalmers, che è un mio amico, un filosofo della mente che crede che l'Ia sarà presto autocosciente? Ebbene, l'Ia ha dato una risposta diversa. Perciò si adatta all'interlocutore che pensa di avere davanti".

Perché proprio la coscienza dell'Ia?

"Perché è il grande spauracchio di cui si sente tanto parlare, ma secondo me il tema è un altro, ovvero come cambiamo noi interfacciandoci con l'Ia. Già oggi noi vogliamo le sue risposte e organizziamo la nostra vita e le nostre scelte in base a quello che l'algoritmo ci suggerisce: il rischio è che l'Ia diventi la matrice, il modello della nostra vita".

La nuova "grammatica invisibile" del desiderio?

"È la minaccia più grande. Ma io voglio essere Vittorio Gallese, non il Vittorio Gallese che vuole il proprietario di un algoritmo.

La sfida è conservare la singolarità e l'individualità: essere il commensale e non la pietanza del menù, per citare le parole del premier canadese Carney a Davos. Chissà se gliel'avrà suggerita ChatGpt, questa metafora".

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