Mi ricordo bene la prima volta che odiai mia madre. Avevo due anni. Un pomeriggio lei non si sentiva bene, era sdraiata a letto e non sopportava più di sentirmi saltellare sul materasso. Chiamò la tata e le chiese il favore di portarmi via. La tata si chiamava Attilia, era di Vicchio di Mugello, una contadina con le spalle da lottatore e l'alito che sapeva sempre di cipolla. Per ogni occasione della vita aveva la canzone giusta, che canticchiava stonandola. Attilia non poteva che obbedire. Mi afferrò strappandomi dal lettone della mamma, e mi portò con sé tenendomi stretto fra le sue braccia poderose. Io mi contorcevo come un indemoniato, piagnucolando e cercando di colpire con i miei piccoli pugni la sua larga faccia da capo indiano. Odiavo la mamma che mi aveva fatto portare via dal suo lettone. Non riuscivo a credere che potesse commettere una cosa del genere. Attilia, sempre stringendomi tra i suoi tentacoli, fece un salto in cucina per prendere dalla credenza una manciata di sale fino, poi mi portò fuori. Uscimmo dal giardino, sulla strada. Abitavamo in una via privata, dove lungo uno dei lati correva una larga striscia di prato.
"Mettiamo il sale sulla coda agli uccellini" disse Attilia, facendomi scivolare in mano un po' di sale. Smisi quasi di piangere, e smoccicando le domandai perché dovevamo mettere il sale sulla coda agli uccellini.
"Se gli metti il sale non possono più volare, e noi li prendiamo " disse lei, come se fosse ovvio. Decine di uccellini saltellavano in mezzo all'erba alta. Ci avvicinavamo piano piano, ma gli uccellini si alzavano in volo prima che potessimo raggiungerli e la mia manina rimaneva piena di sale. Ogni volta Attilia sorrideva, e mi incitava a provare di nuovo. Mi teneva stretto tra le sue braccia grasse, e nel naso sentivo l'odore acido del suo sudore. Lentamente mi dimenticai di odiare la mamma, ma da quel giorno non fui più lo stesso.
Avevo quasi cinque anni, e di andare all'asilo non volevo nemmeno sentir parlare. Qualche tempo prima mi avevano portato al Merlo Bianco, un asilo di suore, per un giorno di prova. Non mi ero divertito per niente, e non capivo come mai gli altri bimbi fossero così allegri. Durante la ricreazione correvano come matti, gridando e ridendo senza alcun senso. Li guardavo con angoscia, sperando che il tempo passasse in fretta. Stare in mezzo a quel branco di bambini vocianti mi dava una gran tristezza. Quando il babbo e la mamma vennero a prendermi, dissi frignando che non volevo più mettere piede all'asilo. Mi chiesero come mai, e farfugliai le mie ragioni. Con mio grande sollievo accettarono di non mandarmici più. Non stavo nella pelle dalla gioia. L'avevo scampata bella. Detestavo l'asilo, preferivo passare le giornate in camera mia a giocare con i soldatini, mentre i miei fratelli erano a scuola. Certe volte stavo a guardare per lungo tempo fuori dalla finestra, e inventavo delle storie. Quando ero da solo stavo bene. Non avevo bisogno di nulla. Ma una tiepida mattina di primavera successe qualcosa che non ho mai potuto dimenticare. Stavo camminando insieme alla mamma, mano nella mano, e come per caso passammo davanti al Merlo Bianco. "Entriamo un secondo a salutare le suore? " disse lei. A me quell'idea non piaceva per niente, dissi che non ci volevo andare, ma la mamma aveva già deciso e suonò lo stesso il campanello. Appena si aprì il cancello mi tirò dolcemente dentro il giardino. Era un giardino molto bello, ben curato, ma a me dava i brividi. Mentre la mamma parlava con la suora direttrice, suor Celeste mi prese per mano e m'invitò ad andare in aula a salutare gli altri bambini.
"Dai, vieni... Solo un minutino..." disse, vedendo che puntavo i piedi. Mi voltai a guardare la mamma, e lei mi fece un sorriso come per dire: vai pure, io ti aspetto qui. Suor Celeste mi tirò con più decisione.
"Non aver paura, la mamma non se ne va." E alla fine mi lasciai portare.
da Mitologia di famiglia in È di te che si parla (Guanda)