Rifiorisce alla Scala l’amore eterno di Orfeo ed Euridice

Il 24 febbraio del 1607 a palazzo ducale di Mantova veniva rappresentato l’«Orfeo» di Claudio Monteverdi. Per il duca Vincenzo I Gonzaga, che sette anni prima aveva assistito a Firenze alla stessa opera, musicata da Jacopo Peri e Giulio Caccini in onore dei Medici, uno sfizio, per gareggiare in splendore con i potenti vicini toscani. Per la storia l’inizio dell’era moderna del teatro musicale.
Doveroso dunque il tributo che Scala, insieme all’Opéra National de Paris, rende al «divin Claudio» mettendo per la prima volta in scena la trilogia: «Orfeo» (già prodotto nel ’35 e nel ’56) in questa stagione, «Il ritorno di Ulisse in patria» e «L’incoronazione di Poppea» nelle prossime due. Sul podio Rinaldo Alessandrini che si servirà di orchestrali scaligeri, del suo ensemble «Concerto italiano» e alcuni maestri di strumenti antichi. Mentre al regista texano Robert Wilson spetterà «aiutare a sentire meglio la musica».
Dunque Monteverdi come «padre» riconosciuto del teatro musicale. «Anche se sicuramente all’epoca mancò la comprensione dell’evento - precisa Alessandrini -. Allora le rappresentazioni avvenivano in spazi tutto sommato angusti: i madrigali in sgabuzzini dove entravano cinque orchestrali e un paio di spettatori, le opere come “Orfeo” in saloni per la gioia del mecenate di turno e di pochi eletti. Per allargare la fruizione dell’opera a un vasto pubblico bisognerà aspettare qualche anno la nascita dei teatri veneziani e la figura dell’impresario».Inoltre in quei primi anni l’intento non era certo di discostarsi molto dalla classicità. Ma piuttosto di riprendere il teatro greco, dove la musica accompagnava la recitazione degli attori, con il coro chiamato a fare da contrappunto. «Ecco perché - conclude Rinaldo Alessandrini - ho puntato molto sulla massima aderenza al testo per ricreare quel “parlar cantando” tipico del periodo, quando si richiedeva agli artisti di recitare seguendo la melodia».
Wilson invece, nel presentare il suo allestimento, si è lanciato in un affascinante paragone fra il compositore seicentesco e il contemporaneo John Cage: «Entrambi avevano capito che la musica non si coglie in maniera univoca». Per questo il texano ha gridato il suo fastidio nei confronti di regie troppo piene che «illustrano la musica» e lasciano poco spazio alla fantasia. Lui vede Orfeo muoversi in due mondi: «Il giardino, architettura della natura, e gli inferi, architettura dell’uomo. Che, fondendosi, diventano uno solo». Il primo mondo è contrassegnato dalla luce e dai colori, un prospettiva di cipressi e una grande cetra fluttuante durante il matrimonio dei protagonisti e la festa di Orfeo con i pastori. Subito seguita dalle tenebre con l’annuncio della morte di Euridice. Il grigio domina la discesa agli Inferi, per poi arrendersi progressivamente alla luce quando Apollo, padre di Orfeo, porta con se il figlio in cielo. Il solo modo per compensarlo della perdita dell’adorata moglie.Il mito greco ci avrebbe tramandato un Orfeo che, disperato per la morte di Euridice, morsa da un serpente, prima convince Plutone a restituirla, poi la perde definitivamente perché disobbedisce all’ordine di non voltarsi a guardarla. A questo punto decide di rinunciare all’amore per le donne e viene fatto a pezzi dalla Baccanti. Ma ogni autore che ebbe poi a riprenderlo, si contano fin 21 tra opere e balletti, scelse un proprio finale. Christoph Gluck nel 1.762 per esempio fece muovere a compassione gli dei che restituirono Euridice a Orfeo senza più prescrizioni da rispettare. Fino all’irriverente parodia di quello sciagurato di Jacques Offenbach che nel suo «Orphée aux Enfers» del 1.858 primo trasforma i due coniugi in impenitenti adulteri che, dopo essersi cornificati per bene, chiudono l’opera con un frenetico «can can».

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