Risanamento, pronto il piano per il rientro da 3 miliardi di debiti

Chissà se Risanamento, mantenendo fede al proprio nome, riuscirà a presentare un valido piano di rilancio entro il 29 luglio. Per quel giorno è fissata l’udienza in occasione della quale il gruppo che fa capo per il 73% all’immobiliarista Luigi Zunino dovrà fornire lumi sulla propria posizione finanziaria alla Procura di Milano, che ne ha richiesto il fallimento. Tale richiesta, cui si è aggiunta un’indagine per aggiotaggio e bancarotta nei confronti dello stesso Zunino, si è resa necessaria dopo lo stato di insolvenza rilevato nell’ambito dei due procedimenti civili riguardanti Ipi e Sadi e dell’inchiesta penale su Italease. La controllata del Banco Popolare a fine del 2008 aveva concesso una moratoria a Risanamento su un credito di 202 milioni, ma secondo gli analisti l’esposizione dell’intero gruppo guidato da Pier Francesco Saviotti potrebbe aggirarsi sui 500-600 milioni. Tra gli istituti finanziari italiani più esposti c'è poi Intesa SanPaolo, che ai 477 milioni oggetto di moratoria somma un credito ipotecario di 250 milioni riconducibile a Cascina Rubina, società immobiliare di Risanamento che controlla i terreni e i diritti di edificazione dell’area delle ex acciaierie Falck. Le azioni della property company saranno sospese fino a lunedì, quando la società ha convocato con urgenza un cda. Quanto alle altre banche, sempre sulla base degli accordi di moratoria, Unicredit sarebbe esposta per 266 milioni, Popolare di Milano per 78, Meliorbanca per 40 e Monte dei Paschi si limiterebbe a 10 milioni. A tali cifre vanno aggiunte quelle che non sono state oggetto di moratoria e che secondo indiscrezioni porterebbero l’indebitamento bancario complessivo a sfiorare i tre miliardi. Inoltre, gran parte del 73% di Risanamento in mano a Zunino è in pegno proprio alle banche, Unicredit e Intesa su tutte. L’istituto guidato da Corrado Passera è impegnato in prima linea nel tentativo di risollevare le sorti della società, le cui redini sono in mano a Salvatore Mancuso, considerato vicino al mondo Intesa. Mancuso, che agisce in qualità di superconsulente, insieme con l’advisor Banca Leonardo, starebbe mettendo a punto un progetto riguardante l’area ex Falck che potrebbe essere già presentato il 29 luglio al Tribunale milanese e che prevedrebbe la conversione in equity di una parte del debito bancario (300 milioni). Gli istituti finanziari diventerebbero azionisti di Cascina Rubina, che di fatto sarebbe gestita da Castello sgr, con un peso nel capitale proporzionale alla propria esposizione. Le banche poi inietterebbero nella nuova società i 200 milioni necessari a portare a compimento il progetto dell’ex area Falck, dopodiché scatterebbe la ricerca di un acquirente. Risanamento conterebbe inoltre di cedere anche parti dell’altra area clou di Santa Giulia.
Ma come è possibile che un gruppo con un portafoglio immobiliare che vale cinque miliardi sia arrivato a questo punto? Come spiega l’avvocato Paolo Francesco Calmetta, managing partner dello Studio Calmetta, esperto del settore real estate, «prima della crisi finanziaria si è assistito ad acquisizioni di immobili finanziate sulla base di proiezioni di crescita del mercato e dei rendimenti che si sono rivelate drasticamente errate. Pertanto, chi ha acquisito immobili in queste condizioni, si è trovato con una liquidità generata dagli immobili insufficiente a servire il debito». Dal canto suo, la Procura è convinta che Risanamento non possa evitare il fallimento. «La situazione di illiquidità era concreta, manifesta e diffusa già al momento nel quale era stato formato ed approvato il bilancio di esercizio e il consolidato al 31.12.2008, e pertanto quel bilancio non poteva essere redatto secondo i principi di continuità aziendale i cui presupposti erano invece venuti meno». Da aprile 2008, rilevano i pm Laura Pedio e Roberto Pellicano, il gruppo Zunino ha «bruciato 225 milioni di euro di finanziamenti, senza ridurre il proprio indebitamento». Trattandosi poi di un immobiliarista, «vi è un evidente interesse pubblico alla dichiarazione di fallimento» in quanto «la crisi e l’insolvenza dell’impresa è evento destabilizzante per il sistema economico nel suo complesso».

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