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"Ritorno a casa" di Pinter, il patriarcato si fa grottesco

Il regista Massimo Popolizio sceglie la comicità italiana per narrare la storia di un precario equilibrio familiare

"Ritorno a casa" di Pinter, il patriarcato si fa grottesco
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Circa dieci anni fa, ho visto Ritorno a casa di Pinter, con la regia di Peter Stein, al Festival dei Due Mondi di Spoleto, ne ricordo una rappresentazione alquanto cupa, sofferta, avendo, il regista, puntato sul cinismo di una famiglia inglese, costruita su una scala di potere, violenta nelle relazioni e, soprattutto, assetata di sesso. Al centro della scena, campeggiava la poltrona del Padre, una specie di orco, interpretato da Paolo Graziosi. Massimo Popolizio la ripropone, al Piccolo Teatro Grassi, fino al primo marzo, perseguendo una linea diversa, alquanto personale, costruita sulla caratterizzazione grottesca, un tipo di comicità che, negli anni venti del primo Novecento, aveva sostituito, in Italia, l'ironia inglese. Però, se l'ironia crea un certo distacco, il grottesco lo si vive integralmente sulla scena. Ritorno a casa è, forse, la commedia più ambigua di Pinter, in particolar modo, per il finale inaspettato che libera il testo da qualsiasi intralcio naturalistico, per proiettarlo in una dimensione post-ideologica, oltre che su un gioco di potere. Se all'inizio ci si trova dinanzi a un potere patriarcale, alla fine, con una virata che potrebbe far discutere, ci si trova dinanzi a un potere di tipo matriarcale, non proprio sostenuto da una logica di scrittura, bensì da un teorema.

La trama è abbastanza comune: Teddy, docente di filosofia, ritorna con la mogle Ruth, da cui ha avuto tre figli, a casa del padre che vive col fratello e altri due figli. Solo che non aveva previsto la scelta della moglie che, dopo varie vicissitudini con la famiglia del marito, anziché fuggire dall'inferno, decide di rimanere e, addirittura, nel caso ci fosse bisogno, di prostituirsi per sostenere economicamente quel tipo di famiglia, a un patto: che sia lei l'unica a gestirla. Non c'è alcun dubbio che il finale abbia un valore altamente simbolico, perché non esiste una vera giustificazione drammaturgica. Ruth, in fondo ha, semplicemente, ribaltato il gioco di potere, utilizzando la seduzione, senza la quale, sarebbe stato impossibile realizzare il suo piano.

Massimo Popolizio ha evitato il trabocchetto del patriarcato per puntare a un maschilismo prepotente, anche se non feroce, proprio perché ammorbidito da quel senso del comico che appartiene alla sua recitazione e che ha esteso agli altri personaggi. Egli ha popolato la scena di misogeni che credevano di poter manipolare una donna, la quale, incurante del marito e dei figli, ha accettato la sfida, riuscendo a ribaltare i ruoli.

Nella scena di Maurizio Balò, un soggiorno e una cucina senza soluzione di continuità, vediamo muoversi i membri di questa famiglia scombinata che rispecchiano le loro condizioni sociali, trattandosi di un ex macellaio in pensione, di un autista, di un aspirante pugile e di un aspirante magnaccia, tutti vivono in un equilibrio precario e disagiato che viene interrotto dall'arrivo del figlio intellettuale e dalla moglie, talmente provocante da sprigionare, in tutti, una smania sessuale, da tempo repressa, ben simboleggiata nel rosso-sangue delle pareti.

Popolizio ha caricato, questa materia, di un humor volutamente grossolano, fatto di doppiezze, equivocità, lavorando sulla recitazione degli attori, a cominciare da Paolo Musio, Giorgia Solari, Eros Pascale, Christian La Rosa, Alberto Onofrietti.

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