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Il mattatoio iraniano. Roulette russa di un popolo

Dice una ragazza di Narmak: "Ogni iraniano che conosco ha perso qualcuno". È una frase che dice più della statistica. La statistica è fredda

Il mattatoio iraniano. Roulette russa di un popolo
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I nostri non sono arrivati, non adesso, e non si sa neppure se un giorno spunteranno da qualche parte, se ci sarà mai davvero la fine degli ayatollah. "La città odora di sangue e morte. Tutti portano il dolore nel cuore". È uno dei messaggi che si ripete nelle chat di chi per un mese ha sognato la rivoluzione.

Non si sa se Donald Trump ci ha creduto davvero. "Resistete". Quelle strade piene di gente che andava a morire, come in una tonnara, senza armi e senza violenza, senza neppure un'idea di futuro o una ideologia, solo con la speranza di tornare a respirare. Circolano foto di mitragliatrici montate su veicoli a Teheran. Mitragliatrici: parola da guerra, non da ordine pubblico. Sventagliate ad altezza d'uomo e si muore con un tiro di dadi. Adesso che tutto tace lo possiamo anche dire: in Iran abbiamo assistito a una roulette russa di massa. No, non per gioco. Non è un maledetto desiderio di farsi del male. Non è neppure un film con Robert De Niro, non è "Il cacciatore". Non è follia. È la roulette russa di chi non riesce più a vivere dentro una distopia teocratica. È quel bisogno di libertà che ti fa affrontare la morte. Il nulla è meglio di questa non vita. I numeri non dicono tutto. Si dice più di 20mila morti, ma è una cifra ipocrita, una cifra al ribasso, una cifra che rassicura, paradossalmente, il regime. È incredibile, ma sembra non fare scandalo. Non inorridisce le Nazione Unite, non sgomenta l'America e passa sull'Europa come una di quelle cose che capitano e tanto non ci si può fare nulla. Andrà meglio la prossima volta. Ammesso che ci sia, quasi speriamo che non ci sia, perché non si può tifare per la roulette russa, non si può assistere da spettatori non paganti alla realtà di Squid Game. Malignità. E se Donald fosse il numero zero? Meglio non pensarci.

Dice una ragazza di Narmak: "Ogni iraniano che conosco ha perso qualcuno". È una frase che dice più della statistica. La statistica è fredda. Questa frase è una mappa del lutto. Se ogni famiglia ha un morto, la nazione non è più un Paese. È un cimitero. Dicono: "Tutto questo è disumano". È in nome di Dio, ma non pensate che gli architetti del terrore siano bastardi senza sapienza. Khamenei ci tiene a far sapere che ha letto Dante. Lo ricorda sempre agli occidentali che tifano per lui, quelli che vogliono l'Iran libero dagli americani. È un uomo di libri, di traduzioni, di parole. Da giovane scrive poesie, traduce romanzi russi, legge Hugo, Tolstoj, Steinbeck, Balzac. Ama la letteratura occidentale mentre impara a detestarne la civiltà. Un doppio movimento tipico degli intellettuali del risentimento: prendere tutto ciò che serve, rifiutare tutto ciò che libera. Khamenei, l'allievo prediletto di Khomeini, la guida suprema, si è preso ciò che nega agli iraniani.

In questi giorni hai visto l'Iran attraverso testimonianze spezzate: nomi, corpi, impronte di sangue su una saracinesca, messaggi di propaganda, blackout. Hai visto la tecnica della repressione e la poesia della resistenza.

Hai visto la burocrazia della morte e la porta di una donna che si apre in un vicolo. Resta addosso un pensiero: il regime può tagliare internet, ma non può tagliare il bisogno umano di raccontare. Il racconto è la vera frontiera e per questo lo controllano, lo temono, lo inseguono.

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