Roberta Torre racconta la Sicilia senza mafia

Roma«Ma la mafia dov’è?», chiedono delusi e schifati certi critici, dopo un film a picciotti zero, sebbene ambientato in Sicilia. Vale, insomma, la regola non scritta che se si gira sull’isola delle lupare, perché attratti dalla luce splendida, dalla natura generosa, o dai finanziamenti della locale Film Commission, tocca infilarci almeno un accenno ai mammasantissima. E invece qualcuno non lo fa, perché si può raccontare per immagini, in Sicilia e senza coppole e pizzini. È il caso di Giampaolo Cugno, che con La bella società, ora in sala, crea un singolare affresco della sua terra, con la tavolozza dei sentimenti, con suggestioni alla Tornatore (un altro accusato di non aver citato la mafia a sufficienza in Baarìa) e un cast interessante. Al posto delle sparatorie tra poliziotti e affiliati alle cosche, l’autore mette le lotte contadine fine anni Cinquanta, sullo sfondo di accecanti campi di grano color sole. Vabbè, Maria Grazia Cucinotta (qui una mamma vedova, che prova a fare cinema) risulta troppo sicilianuzza, nel suo abitino nero di cotone, però la tematica funziona.
Come funziona il quartiere giapponese di Librino, popolosa periferia di Catania, dove Roberta Torre ha girato I baci mai dati, in concorso a Venezia. «Fare film in Sicilia, ma senza la solita cartolina mafiosa non solo si può: si deve! Questa terra deve poter rileggere la sua storia», dice la regista milanese classe 1962, che ha vissuto a Palermo e che con Tano da morire e Sud side stori ha evidenziato una notevole vena eclettica. Stavolta, dopo i traffici carnali di Mare Nero, la Torre volge lo sguardo ai miracoli, al magico-misterico che è nella vita quotidiana. E mette in scena, tra i ponticelli romantici e i voluminosi grattacieli creati dall’architetto Kenzo Tange a Librino, un’adolescente trascurata e annoiata (l’esordiente Carla Marchese), che afferma di vedere la Madonna e di poter operare miracoli. Il bello è che tutto il quartiere le crede, perché le invocazioni fiduciose della povera gente hanno un riscontro empirico. Chi chiede il lavoro e chi la salute persi, chi la vittoria della propria squadra di calcio... Intanto, la madre svampita della ragazzina Manuela (Donatella Finocchiaro, lanciata dalla Torre con Angela) mette su un business: fu Miss-Librino e sa cogliere l’attimo. Il vero miracolo, però, si avrà quando madre e figlia si daranno quei «baci mai dati», perché, prima, non si capivano. «È una storia di fede laica, che spinge a credere come i miracoli avvengano a prescindere dall’egemonia cattolica. Un “miracolo”, tra l’altro, è avvenuto, finite le riprese a Librino. A un certo punto, dagli alberi colava giù acqua. Gli abitanti del quartiere si sono precipitati a raccoglierla con i bicchieri, per versarsela sul corpo, come acqua benedetta», racconta Roberta, che sul set ha voluto attori consumati come Beppe Fiorello (fa il padre della giovane visionaria) e Piera Degli Esposti (è la parrucchiera-fattucchiera di quel microcosmo).
Già al lavoro sulla vera storia di suo nonno, l’inventore della Lambretta Pierluigi Torre («un pugliese che aveva tre passioni: i motori, la matematica e le rose e per questo il mio prossimo film, una storia epocale, s’intitola Rose e matematica), la cineasta, madre del ventenne Tommaso, si batte per dare una nuova linea culturale alla Sicilia Film Commission. A prescindere «dalle solite cartoline dei soliti misfatti».
In questo solco s’iscrive, ora, l’esordio televisivo di Riccardo Scamarcio, che nella fiction tv Il segreto dell’acqua (prodotta da Magnolia e Rai Fiction, 6 puntate da 100 minuti di Renato De Maria per Raiuno), impersona l’arrogante detective Angelo Caronia. Il quale, in un periferico commissariato di Palermo, ricorrerà allo psicanalista, più che alla pistola.

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