Roma, attrazione fatale per il Destino Dalla sua fondazione fino alla vita quotidiana dei nostri giorni, la «città eterna» vive in una dimensione sospesa fra oggi e domani. Ma l’interrogazione del futuro è l’esatto contrario del rimettersi al volere

Roma è Caput fati. È la capitale del Fato. In Roma più che in ogni altra città del mondo, il fato ebbe la sua sede principale. Caput mundi, tutte le strade portano a Roma, il Sacro romano impero, i colli fatali. Non a caso, la cristianità l’elesse a Casa Madre, sostituendo il Fato con la sua sorella premurosa, la Provvidenza.
Il fato risuona nella vita romana, nel destino dei suoi imperatori, condottieri e intellettuali, da Virgilio a Ovidio, da Seneca a Cicerone, da Plutarco a Plotino. Sul piano profetico gli aruspici, venuti dagli etruschi, furono in Roma i veggenti del destino, ricavando gli auspici dalle viscere degli animali sacrificati. Gli aruspici accompagnarono la vita dei romani come un fiume carsico ed un sapere esoterico; talvolta emergono, predicendo con Spurinna l’assassinio di Giulio Cesare o maledicendo secoli dopo Alarico e i Visigoti. I romani restano osservanti, guardinghi e un po’ scettici, legati come sono alla terra, alla volontà di potenza, alla concretezza della storia, delle armi e del diritto.
Ma la fondazione di Roma, sia nella mitologia del padre fondatore, Enea, sia nella mitologia del fratello fondatore, Romolo, avviene all’ombra del fato. Romolo e Remo sono gemelli e perciò nessuno dei due ha priorità per fondare la città. Sicché si fronteggiano, Romolo con la sua idea di Roma sul colle Palatino e Remo con la sua idea di Remora sull’Aventino. Le radici primordiali del derby, dirà qualcuno. Remo vede prima di Romolo il volo degli uccelli augurali ma Romolo ne vede di più, dodici secondo il rito. Due fonti opposte di legittimazione si oppongono. Quella di Remo è fondata sul tempo, la velocità; quella di Romolo è fondata sul rito e sul sacro, il numero giusto degli uccelli. Vince la seconda, nel segno del fato, ma col sangue fratricida dopo che Remo ha violato il confine. Sin dalla sua fondazione, la celerità, la puntualità, non costituisce un valore a Roma... Il sacro è più lento.
Nella lingua di Roma trovò espressione l’Amor fati, l’amore del destino, con i filosofi stoici, incluso un imperatore romano, Marco Aurelio, che però scriveva in greco, come i colti del suo tempo. Amor fati è accettare la vita e i suoi verdetti, dare il proprio assenso al mondo, come scrive Marco Aurelio diciassette secoli prima di Nietzsche. Fu lui a dire che noi siamo padroni solo del presente; non del passato che appartiene ormai al fato, non del futuro che è nelle mani della provvidenza. «Impegnati a vivere solo ciò che stai vivendo nel presente», consiglia l’imperatore. Un invito a godere dell’attimo fuggente? No, per Marco Aurelio «devi vivere l’azione che stai compiendo come se fosse l’ultima della tua vita»; carica il momento di un’intensità e di una responsabilità fatale. Il presente è per lui l’oblò da cui si affaccia l’eterno. Altro che carpe diem...
Il fato per i romani fu il contrario del fatalismo; non implicava come in Oriente la rinuncia a vivere e il rimettersi passivo ai decreti della sorte. Il fato romano non è rassegnazione ma attiva accoglienza del destino; non a caso si accompagna allo spirito di conquista e alla volontà di edificazione e di impero. Il fato dava solennità all’opera umana, inscrivendola nella grandezza di un disegno celeste. La riflessione chiave è nelle epistole a Lucilio di Seneca: Ducunt fata volentem, nolentem trahunt, il fato conduce chi lo ama, trascina chi lo avversa. Non opporsi al destino, ma cavalcarlo e agire nel suo segno.
Amor fati è espressione chiave per Roma: perché «Amor» non è solo il bifronte di Roma ma, per gli studiosi di esoterismo, è il nome segreto di Roma. Nomen numen. Amor fati indica la fatalità di Roma, la sua orma fatale nella storia del mondo (orma è anagramma di Roma). Per buttarla in amor fatui, cioè nella fatuità del presente, «Amor fati» è pure anagramma di «tifa Roma»; per par condicio di tifoserie aggiungo che l’espressione «Alzo i fati» è anagramma di «tifa Lazio».
Il fato ha un fratello pazzo, chiamato Caso, che vive a casaccio in un mondo dominato dal caos, e una sorella devota, chiamata Provvidenza, che va a messa ed è sensibile alle preghiere. Di quella sorella e di quel fratello conviene ora parlare: si contendono l’eredità del fratello maggiore.
Il fato a Roma sconta infatti un duplice interdetto nel nome del caso e della provvidenza. Da un verso il fato urta con la provvidenza cristiana, l’intervento di Dio e la santità. Virgilio ne offre la ragione: «Indarno speri che per pregar fato si cangi» ovvero è inutile sperare che il destino possa cambiare con la preghiera. Ecco la radice dell’incompatibilità con la fede cristiana: la vanità della preghiera o della condotta umana nel modificare i responsi del fato. In realtà se il senso del fato riconosce un disegno intelligente alla vita e al mondo, è tutt’altro che incompatibile con la fede in Dio: la visione del fato si ferma al gradino penultimo. Chi ha fede vedrà col disegno anche il suo artefice, Dio.
Il secondo interdetto contro il fato lo ha scagliato la modernità laica e razionale. Ma per liberarsi dal crudele e irrazionale destino, la modernità ha affidato la libertà umana al caso, che è un tiranno ben più cieco e capriccioso del destino. Affidandosi poi al calcolo razionale e ai suoi strumenti, ha lasciato l’uomo in balìa della tecnica, mortificando la libertà nel procedere automatico. Quando la tecnica passa da serva a signora, riduce l’uomo ad automa.
E non solo. Cacciando il fato dal portone principale, la ragion moderna lo ha fatto rientrare dalla finestra, in forma di superstizione, oroscopi, segni zodiacali, maghi e fattucchiere. Oggi siamo immersi in quest’universo magico. Dopo i credenti vengono i creduloni, avvertì Chesterton. Bel progresso.
Cosa resta del fato a Roma nell’anno di grazia 2010? Resta la superstizione di cui si diceva, nelle mille forme che investono la vita quotidiana, lo sport, lo spettacolo, perfino la Borsa. Una superstizione che i romani sanno mitigare con la loro antica e scettica ironia. Restano alcuni riti, di cui non sappiamo più spiegarci la ragione, alcune invocazioni magiche ed alcuni esorcismi, resta il ricorso massiccio a maghi, oracoli e santoni; resta l’amore fatale, la sposa del destino, il mito della femme fatale o dell’attrazione fatale. Resta più di quanto si possa dire, perché il fato è come un iceberg, la parte più grossa è sommersa sotto il livello della ragione. Ma ora che è notte, in anfiteatro, il fato riemerge e chiama all’appello i romani. Amor fati è il nome-nume nascosto di Roma.
*autore di Amor fati
(Mondadori, 2010)

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