Ronzitti scambia la Sala con la Camera

Ronzitti scambia la Sala con la Camera

Dei suoi ultimi predecessori si ricordano i reiterati inviti di Fulvio Cerofolini ai giornalisti: «Non si leggono i giornali in aula», la frustrazione di Gianni Plinio a non poter sedere almeno ogni tanto fra i colleghi che, loro sì, possono dirne due agli avversari politici, i crampi di Francesco Bruzzone che non disdegnava di sgranchire le gambe al bar lasciando il posto al vice. Il vice era Mino Ronzitti e adesso che il presidente del consiglio regionale è lui è tutta un’altra storia. Perché Mino Ronzitti quel ruolo lo ha voluto tanto da soffiarlo a Rifondazione comunista, rischiando di spaccare l’Unione. E ci crede davvero.
Il termine esatto è convinto. Che «queste istituzioni bistrattate meritino rispetto» e che «chi ricopre ruoli istituzionali non debba ricoprirne di politici». Così, per dire. Appena eletto ha lasciato la guida del Correntone Ds, un atto «doveroso» ha detto. E da quando è lui la guida, spirituale verrebbe da dire, della Sala verde di via Fieschi, i comunicati del suo addetto stampa invitano «i signori giornalisti»non più nella «saletta a fianco dell’aula consiliare», ma nel «Transatlantico», che è la stessa cosa ma è meglio descriverla come « il salone attiguo all’aula dell’Assemblea», con la maiuscola.
Nella sua Montecitorio Ronzitti è irreprensibile. Il problema, lamentano gli insofferenti, è che la stessa irreprensibilità la pretende da tutti. Persino Claudio Burlando è stato richiamato all’ordine. Era la prima seduta, clima da primo giorno di scuola, il presidente interrompeva un consigliere e lui, irremovibile: «Collega Burlando le ricordo che lei non può intervenire». Rigoroso in tutto. Alle 10 suona puntuale la campanella d’inizio seduta, dicono che anche Burlando ci patisca un po’, che alzarsi al mattino è sempre un dramma. Usa la terminologia esatta, come da regolamento, la formula che gli dà più soddisfazione è quella che dà la parola ai consiglieri: «Ha chiesto di intervenire il collega Pincopallo, ne ha facoltà». E non gliene sfugge una. Ieri per dire per tutto il tempo i cellulari hanno fatto gracchiare i microfoni. Lui non si è limitato a invitare i colleghi a spegnere il telefono. No. Con sguardo felino s’è messo a fissare tutti e alla fine ha beccato il colpevole: «Collega Minasso lei non solo lo tiene acceso, ma sta anche parlando al telefono». Fuga fuori dall’aula dell’esponente di An, ma passano cinque minuti e la scena si ripete. Minasso è terrorizzato: «L’ho spento, giuro», Ronzitti si indispettisce: «Ci sono cellulari accesi», Plinio se la ride: «Purché non ci siano cellulari in partenza», Ronzitti lo gela: «Evitiamo le battute sarcastiche».
Tanto più che ieri era arrabbiato, il presidente. Lui che sempre quell’aspetto compito, già prima della seduta urlava come un’aquila contro i suoi addetti stampa: «Sono morti quattro italiani in Irak e nessuno di loro mi ha portato un’agenzia». Non è migliorata, la mattinata, quando Ubaldo Benvenuti, Ds, ha chiesto la sospensione della seduta per incontrare i sindacati della Finmek. Ma s’è mai visto che sia la maggioranza a chiedere l’interruzione? È che con questi ritmi una pausa ci vuole.