I dubbi sulla idrossiclorochina. Funziona davvero con il Covid?

A frenare gli entusiasmi circa l'impiego della molecola anche uno studio presentato al 'New England Journal of Medicine'

Donald Trump è tornato a promuovere l'drossiclorochina, il controverso farmaco anti-malarico. "La prendo anche io da un paio di settimane. Prendo una pillola al giorno come trattamento preventivo" ha annunciato in conferenza stampa il Presidente degli Stati Uniti, assicurando di essere negativo al Coronavirus e di aver consultato il medico della Casa Bianca. La dichiarazione di Trump ha suscitato scalpore, soprattutto alla vigilia di una nuova concreta notizia sul fronte dei vaccini. La società USA Moderna ha infatti annunciato che la prima fase di sperimentazione ha dato esiti positivi e che, stando ai dati attuali, il vaccino potrebbe arrivare entro la fine dell'anno. Luci nuovamente puntate, dunque, sull'idrossiclorochina, molecola ampiamente utilizzata nel trattamento dell'artrite reumatoide e del lupus eritematoso sistemico. Ma è realmente efficace per sconfiggere il Covid-19? Come agisce e perché sono molti i pareri discordanti in merito ad una sua eventuale pericolosità?

Nel 2003 il primo ad intuire l'uso della clorochina contro Sars1 fu Andrea Savarino, ricercatore dell'Istituto Superiore di Sanità. Oggi Savarino raccoglie i dati provenienti da tutte le strutture ospedaliere per analizzare le cartelle cliniche al fine di redarre una pubblicazione scientifica. In particolare egli prende come riferimento uno studio randomizzato apparso sulla rivista 'Journal of Molecular and Cell Biology'. Circa l'impiego della molecola si è soffermata anche la studiosa di farmacologia Annalisa Chiusolo, secondo cui l'drossiclorochina impedisce al Coronavirus il legame con la porfirina e quindi blocca la sua capacità di interferire con il trasporto dell'ossigeno a livello di emoglobine. Una intromissione in questo delicato scambio si traduce proprio in un'infezione acuta respiratoria, la conseguenza più temibile del Covid. Il virus per sopravvivere necessita, infatti, di porfirine. La sua strategia, dunque, è quella di attaccare l'emoglobina, in particolare le proteine OFR10 e OFR3. In assenza o ridotta quantità di ossigeno, le cellule polmonari iniziano a soffrire e diventano sede della cascata citochinica, ovvero un'abnorme risposta immunitaria responsabile della flogosi acuta.

In Italia l'idrossiclorochina è uno dei trattamenti contro il Coronavirus in sperimentazione ed è approvata dall'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco). Il pioniere in questo campo è Luigi Cavanna, direttore del reparto di Ematologia e Oncologia di Piacenza che dal 25 febbraio ha trattato 209 pazienti. A suo dire nel 90% dei casi la risposta è stata positiva e sono crollati i ricoveri: dal 30% di ospedalizzati si è passati a meno del 5%. Secondo Cavanna l'inversione di tendenza è stata l'esito della somministrazione dell'idrossiclorochina fin dalle prime fasi della malattia, quando i pazienti erano a casa e ha avuto come conseguenza il ricovero di pochi casi in condizioni acute. Eppure una parte della comunità scientifica rimane scettica. È chiaro il pensiero di Massimo Galli. Il direttore del reparto di Malattie infettive dell'ospedale 'Sacco' di Milano ritiene che la molecola non è utile come profilassi contro il Covid. Potrebbe addirittura arrecare danni importanti a chi soffre di patologie cardiache e a chi è affetto da favismo. Non si tratta, dunque, di un farmaco da banco e il quadro clinico del soggetto deve essere sempre tenuto in conto.

A frenare gli entusiasmi circa l'utilizzo dell'idrossiclorochina è stato di recente uno studio presentato al 'New England Journal of Medicine, sovvenzionato dal National Institutes of Health e dall'Università della Virginia e condotto negli ospedali del Dipartimento degli Affari dei Veterani negli Stati Uniti. I ricercatori hanno analizzato le cartelle cliniche di 368 veterani maschi ricoverati con infezione da Coronavirus confermata presso i centri medici della Veterans Health Administration e morti o dimessi dall'11 aprile. Circa il 28% di pazienti a cui era stata somministrata idrossiclorochina associata alle cure usuali è deceduto, contro l'11% di coloro che hanno ricevuto solo la terapia standard. Gli scienziati non hanno monitorato gli effetti collaterali, eppure in molti casi il farmaco avrebbe danneggiato altri organi. Ma non è tutto. Alcuni studiosi messicani hanno dovuto interrompere un'indagine per testare la molecola, poiché erano insorti problemi del ritmo cardiaco in un quarto delle persone sottoposte a sperimentazione con una delle due dosi più alte impiegate.

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