Covid, oggi i malati vengono curati meglio?

La risposta è affermativa anche per uno studio italiano condotto da un team di ricercatori guidati da Marco Confalonieri, professore di Malattie dell'apparato respiratorio all'Università di Trieste

Nonostante i casi di Covid in costante aumento (nella giornata del 23 ottobre si sono registrati 19.143 positivi e 91 morti a fronte di 182.032 tamponi processati) e l'alta carica virale, numeri e dati alla mano, la situazione sembra essere diversa rispetto a marzo. I confronti possono essere effettuati anche su altre variabili, quali ad esempio i provvedimenti presi e la criticità, tasso di contagiosità. Uno degli aspetti maggiormente incoraggianti riguarda senza ombra di dubbio i pazienti ospedalizzati. La loro possibilità di guarire è cresciuta in maniera considerevole rispetto alla scorsa primavera e non solo in Italia. Le cure attuali garantiscono la sopravvivenza anche agli gli anziani e agli gli individui affetti da altre patologie che, come ben si sa, sono i soggetti più a rischio. A conferma del calo della mortalità per Covid due nuovi studi.

Il primo, che sarà pubblicato la prossima settimana sul Journal of Hospital Medicine, è stato condotto in Usa da un team di scienziati della Grossman School of Medicine della New York University su 5mila ricoveri nel sistema sanitario di Langone tra marzo e agosto. All'inizio della pandemia i soggetti esaminati avevano una probabilità del 25,6% di morire, scesa all'attuale possibilità del 7,6%, ben 18 punti percentuali in meno. Al fine di escludere l'eventualità di una riduzione legata a diagnosi effettuate su persone più giovani e sane, la ricerca ha tenuto conto di fattori come l'età e altre patologie. Si è dunque scoperto che i tassi di mortalità per Covid sono diminuiti per tutti i gruppi, anche per gli anziani. A condurre il secondo, che apparirà prossimamente sulla rivista Critical Care Medicine, l'Alan Turing Institute (Gran Bretagna) su 21mila casi ospedalizzati. È emerso un calo dei tassi di mortalità di circa 20 punti percentuali dai giorni più critici dell'emergenza. Tuttavia questa indagine non ha tenuto conto delle variabili relative a età, gruppi etnici e disturbi preesistenti.

Più confortanti i dati della ricerca italiana coordinata dalla Pneumologia dell'Ospedale di Cattinara di Trieste diretta dal professore Marco Confalonieri e pubblicata su una rivista della Società Americana di Malattie Infettive. Lo studio ha evidenziato una riduzione della mortalità rispetto a prima dell'uso del metilprednisolone del 71% nei pazienti con polmonite grave che necessitavano di ventilazione meccanica o di supporto respiratorio. Poiché non è stato effettuato un confronto con placebo per motivi etici, questa è una ricerca di tipo osservazionale. Ma quali sono i motivi che potrebbero aver portato a un miglioramento dei risultati nelle cure a livello ospedaliero? Uno fra questi è la capacità di riconoscere in tempo breve quando i pazienti sono a rischio di sviluppare coaguli di sangue o la pericolosa reazione immunitaria nota come "tempesta di citochine". Da non sottovalutare, poi, la messa a punto di protocolli standardizzati.

Il protocollo seguito da Confalonieri e dal suo team è stato ideato con il professore Merduri dell'Università di Memphis e si basa sull'uso innovativo dei cortisonici. Spiega Confalonieri: "Sappiamo curare meglio i pazienti per due motivi. Uno perché si è visto che l'utilizzo del cortisone a basse dosi prolungate nel tempo è efficace per ridurre la mortalità. Questo è un vecchio farmaco che tutti pensano di conoscere bene, ma noi l'abbiamo usato in modo nuovo cercando di mimare quella che è la risposta fisiologica del nostro organismo. Quando c'è una polmonite grave da Covid, un tipo di dosaggio che noi chiamiamo "para-fisiologico" riesce a ricostituire la risposta infiammatoria in maniera regolata". L'altro fattore fondamentale è l'approccio non invasivo della pneumologia. Prosegue il professore: "All'inizio si è data molta importanza all'intubazione ed è giusto che sia una riserva quando non ci sono altre possibilità, ma si è anche visto che in ambiente sicuro utilizzare il casco o la ventilazione non invasiva riduce i tempi di degenza e le complicanze".

Importante anche il fattore tempo. Molti soggetti, infatti, la scorsa primavera arrivavano in ospedale quando ormai era troppo tardi. Come evolverà la pandemia? Difficile fare previsioni. Di certo secondo Confalonieri, che dopo un'estate in cui i casi gravi erano sporadici vede ora arrivare pazienti critici tutti i giorni, ci troviamo dinanzi a un'altra ondata. "Da 50 anni ormai - egli conclude - si demonizzano i posti letto ospedalieri con una narrazione in parole e immagini che ha portato a diminuire i posti letto in Italia al 3.2 per mille abitanti, mentre in Germania ne hanno 8.3 per mille abitanti, con risultati che ognuno può osservare nei fatti. E proprio il mantenimento dei reparti di ospedale al di sotto della loro capacità massima è un altro elemento chiave indicato dagli studi sopra citati per garantire il miglioramento delle possibilità di sopravvivenza. La battaglia contro il Covid è ancora lunga.

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