Contagio, sintomi e diffusione: ecco perché l'epatite C fa paura

L'indagine è stata condotta dai medici del reparto di Gastroenterologia dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre in collaborazione con il Laboratorio di analisi e di Microbiologia

Rappresenta una delle principali cause di trapianto e dello sviluppo di patologie croniche, come ad esempio l'epatite, la cirrosi e l'epatocarcinoma. Con il termine epatite C si indica una malattia infettiva provocata da un virus a RNA che, aggredendo le cellule del fegato, le danneggia. Tra le sei tipologie di virus implicati nell'insorgenza del disturbo (A, B, D, E, G), l'HCV è senza dubbio quello più pericoloso, sia per la gravità delle sue conseguenze, sia per l'inesistenza di un vaccino finalizzato alla prevenzione del contagio. Tuttavia secondo le statistiche, il 20-30% dei pazienti con epatite C in forma acuta guarisce completamente. Raramente, infatti, si osserva un decorso fulminante. Tutti possono contrarre l'infezione, ma gli individui che corrono maggiori rischi sono i tossicodipendenti e i soggetti che hanno ricevuto una trasfusione ematica o subito un trapianto di organo prima del 1992, quando cioè non si effettuava ancora lo screening obbligatorio del sangue.

Il virus dell'epatite C si trasmette principalmente attraverso il sangue di una persona infetta. Questa tipologia di contagio può essere favorita dalla condivisione di aghi e siringhe per l'inoculazione di droghe per via endovenosa. Meno frequenti, anche se possibili, i casi di infezione da strumentazioni mediche o estetiche non sterilizzate a dovere, per l'uso condiviso di rasoi, spazzolini da denti, forbicine e a causa di rapporti sessuali non protetti. In quest'ultimo caso, però, le probabilità di contrarre il virus aumentano per gli omosessuali, specie se sieropositivi. Infine l'epatite C, della quale non ci si ammala attraverso cibi e bevande contaminate, può essere trasmessa per via verticale, ovvero da madre infetta al figlio durante la gravidanza o il parto. Il rischio è stimabile nell'ordine del 5%.

Il periodo di incubazione della malattia è di 5-10 settimane, con un intervallo variabile da 2 settimane a 6 mesi. All'inizio spesso asintomatica, l'epatite C si manifesta poi con sintomi vaghi e facilmente confondibili con quelli di altri disturbi: malessere generale, debolezza, facile affaticamento fisico, dolori muscolari e articolari. Ancora febbre, problematiche intestinali, nausea, mancanza di appetito, intolleranza all'alcol e agli alimenti grassi. La conseguenza maggiormente temibile è la cronicizzazione dell'infezione con la sua evoluzione, dopo 15-30 anni, in cirrosi epatica. In questo caso i segni clinici si fanno più marcati: ittero, vomito, nausea, prurito in varie parti del corpo, febbre leggera e dolore addominale. Oltre a provocare insufficienza epatica, la cirrosi può agevolare lo sviluppo del cosiddetto epatocarcinoma.

L'epatite C è molto più diffusa di quanto si pensi. Ad affermarlo, come riporta Ansa.it, è un'indagine condotta dai medici del reparto di Gastroenterologia dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre in collaborazione con il Laboratorio analisi e di Microbiologia. Il lavoro è stato validato e accolto dal Congresso Internazionale di Epatologia organizzato dalla Società europea per lo studio del fegato. Su 11mila pazienti ricoverati nell'area chirurgica del nosocomio, il tasso di positività si è attestato sul 2,2% contro una prevalenza, riferita al territorio veneziano, stimata attorno allo 0,7-1%. Numeri, dunque, superiori a quelli attesi. La maggior parte dei soggetti identificati non sapeva nemmeno di aver contratto l'infezione. La proposta di Alessandro Caroli, primario e direttore della ricerca è semplice: attivare in tutte le strutture sanitarie lo screening per il virus dell'epatite C al momento del ricovero. In questo modo, e con costi inferiori rispetto alle indagini diagnostiche effettuate sul territorio, è possibile identificare i portatori, trattare e quindi eliminare una fetta consistente di questa infezione.

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