Ipnosi in sala operatoria, quando è possibile?

L'ipnosi in sala operatoria è davvero un'alternativa all'anestesia? Quando si può fare? E quanto funziona? Lo spiega Sandra Nonini, Anestesista e rianimatore all'ospedale milanese Niguarda

Ipnosi in sala operatoria, quando è possibile?

Sfatiamo subito qualche falsa credenza. "L'ipnosi è una tecnica molto utile, soprattutto per il benessere del paziente che ottiene un rilassamento dalla trance ipnotica. Non si può applicare come unica tecnica nei grandi interventi a cuore aperto o in quelli che implicano l'apertura del torace, dello sterno o dell'addome ma può affiancare l'anestesia. Va benissimo, anche in sostituzione completa della sedazione, quando si opera per via percutanea, come nel caso di impianti e sostituzioni di defibrillatori, pacemaker, valvole aortiche. Ma anche per l'asportazione di nei".

Quando l'intervento è poco invasivo, insomma.

"Esatto. O per quegli esami che richiedono una sedazione: broncoscopia, gastro e colonscopia. In letteratura ci sono anche casi di operazioni di tumori alla mammella e di operazioni di cataratta. Poi, è indicata nel parto. In alcuni casi, assieme all'ipnosi, si somministra un analgesico locale".

Tutti i pazienti sono ipnotizzabili?

"Studi scientifici affermano che lo sia l'80% delle persone ma è una stima approssimativa. La differenza è data dalla disposizione di ciascuno: chi ha molta paura o è particolarmente scettico non si concentra sul proprio interlocutore ed è restio a lasciarsi andare. Poi succede anche che chi ha molta paura trovi la motivazione, al contrario di chi è molto critico che non si fa ipnotizzare".

Si teme di perdere il controllo e di non ricordare quello che si è indotti a fare?

"Per questo è fondamentale chiarire: il paziente in ipnosi mantiene il controllo di sé e percepisce ciò che gli accade intorno. Questa tecnica permette di sfruttare un'abilità che il paziente già possiede - ma che da svegli non si è in grado di utilizzare - per innalzare la soglia del dolore, tenere l'ansia sotto controllo e mantenere l'immobilità. Non a caso è una tecnica usata in psicologia (fobie, attacchi di panico, disturbi alimentari)".

Come induce l'ipnosi?

"Parlo con il paziente sveglio, cerco di conoscere qualcosa della sua vita, ad esempio quali posti ha amato o preferisce frequentare e lo conduco lì con il pensiero. All'inizio lo invito a concentrarsi su un punto e sul proprio respiro, poi, poco per volta, lo esorto a socchiudere le palpebre e 'lo accompagno' nel suo posto preferito. Gli chiedo se sente rumori o se percepisce profumi, quali luci e colori lo coinvolgono. Un'anziana operata qui al Niguarda mi ha descritto il paesino del Piemonte della sua infanzia: durante l'ipnosi - fatta per svolgere un intervento di sostituzione della valvola cardiaca attraverso l'arteria femorale - ha camminato nei suoi boschi rivedendo la sua capretta…"

Come si accorge che la persona è effettivamente ipnotizzata?

"Ci sono dei test. Ad esempio se chiedo di immaginare di sentire un braccio molto pesante, per verificare la buona riuscita dell'ipnosi, devo sollevare quel braccio e sentirlo ricadere senza che vi sia resistenza. È importante perseverare con il dialogo guidato, una volta raggiunto lo stato di ipnosi non si può lasciare il paziente a un rilassamento spontaneo. Perciò continuo a condurre il viaggio anche a ipnosi avvenuta. Certamente non parlo per un'ora e mezza ma resto accanto a sorvegliare le espressioni del paziente per accorgermi di eventuali risvegli e poter eventualmente ricondurre il paziente in trance. Spesso ricorro all'immagine dell'acqua ghiacciata, invito a immergere nel fiume o nel ruscello la parte del corpo che ha bisogno di essere addormentata. Nel caso della signora di 82 anni ricordo che la invitai a entrare nel ruscello fino alla vita perché i cardiochirughi avrebbero inserito un catetere inguinale. La paziente ha respirato benissimo in maniera autonoma, le era stato fatta un'anestesia locale".

Cosa succede quando il paziente si risveglia?

"Quando l'operazione si è conclusa, intervengo nuovamente e riaccompagno il paziente a un risveglio dolce, quindi ascolto i suoi racconti. L'ipnosi facilita e predispone il rilassamento, andrebbe usata anche prima di un'anestesia generale".

Ci sono dei casi in cui si sceglie l’ipnosi perché il paziente non può essere intubato?

"Certamente. L'anziana di cui le ho parlato non era allergica ai farmaci ma aveva una postura obbligata del collo e della spalla a causa dei postumi di un'ustione subita da bambina ed era reduce da una polmonite. L'anestesia generale le avrebbe provocato problemi respiratori".

Può accadere che chi ne abbia bisogno sia restio a farsi ipnotizzare?

"In genere no, è proprio il contrario. Chi sa di non poter affrontare un'anestesia è più bendisposto nei confronti dell'ipnosi. Quello che ho imparato dai corsi e aggiornandomi è che le potenzialità dell'ipnosi sono tantissime. A partire dalla cosiddetta comunicazione ipnotica che si può adottare in sala operatoria; su questo devo dire che i colleghi mi seguono, non pronunciamo frasi come 'ora le metto l'ago' ma cerchiamo di adottare, insieme alle parole, anche espressioni del viso rassicuranti. Poi si è visto che praticando l'ipnosi prima di un'anestesia generale migliora il decorso post operatorio e che in molti casi si può trasmettere questo bagaglio al paziente, insegnandogli l'autoipnosi".

Si conosce l'area del cervello interessata allo stato ipnotico?

"C'è ancora molto da capire. Si sa però, dagli studi di risonanza funzionale, che durante il sonno, durante un'anestesia e durante l'ipnosi sono coinvolte aree diverse del cervello".

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