Secondo Natura

Quando le emozioni ci fanno ammalare

Le emozioni hanno un'azione sul corpo e ne modificano gli organi: sono informazioni genetiche scritte nel DNA. Cosa fare per non subirne inconsapevolmente gli effetti

Quando le emozioni ci fanno ammalare

Si occupa di neuroscienze e di PNEI (Psiconeuroendocrinoimmunologia) dagli anni Ottanta. Concluso il periodo dedicato alla “medicina d’urgenza” si è dedicata alla prevenzione e allo studio dei comportamenti. Anna Rita Iannetti, oggi in pensione, è anche autrice del libro Guarire con la neurobiologia (Tecniche Nuove), a metà fra un manuale di medicina e un trattato filosofico sulla conoscenza di sè.

Leggendo il suo testo si scopre che pensieri ed emozioni possono farci ammalare. E che i comportamenti potrebbero essere usati come medicine.

“Sappiamo che il sistema nervoso “dirige” ogni funzione d’organo ed è legato indissolubilmente al vissuto emozionale, anche inconsapevole. Le emozioni agiscono sul corpo e talvolta lo modificano. Quando si prova paura, infatti, le ghiandole surrenali producono cortisolo e si ingrossano. Nel corpo si crea un feeeback che anticipa la costruzione cognitiva dell’evento. Esempio: mi spaventa la vista di un uomo incappucciato e temo che mi aggredisca. Il sistema nervoso si comporta come se effettivamente l’uomo mi stesse aggredendo. Quando le capacità logiche del sistema nervoso intervengono vuol dire che il cervello ha ricevuto il segnale opposto, che la percezione è cambiata e l’aggressore non è più avvertita come tale. La realtà è stata reinterpretata grazie a una nuova emozione. È sempre l’emozione ad accendere o spegnere il circuito”.

Spesso non ci rendiamo conto di essere fatti così…

“…e subiamo gli effetti degli automatismi. Per questo, per vivere in salute, è fondamentale capire come siamo fatti e riuscire a interrompere ‘il circuito inconsapevole’. Chi si occupa di risolvere i conflitti o di mobbing dà sempre più importanza all’igiene ambientale in senso ampio. L’ambiente “buono” non è più solo quello che dispone di terreno, acqua e aria salubri ma anche quello che considera la qualità delle relazioni interpersonali”.

Fuggire le relazioni tossiche?

“Sì. Ma non mi riferisco solo a quelle coscienti. Le più pericolose sono quelle che parlano all’inconscio. Se in una coppia c’è disamore e si litiga spesso è più facile che si comprenda il disagio e si cerchi di risolverlo. Ma se apparentemente tutto fila liscio e si adottano ripetuti comportamenti che infastidiscono l’altro o ci si convince che va tutto bene mentre si prova disgusto, può accadere che la situazione degeneri fino a farci ammalare”.

Tutte le relazioni mal gestite possono farci ammalare?

“Purtroppo sì, specie se si è inconsapevoli, si pensi al mobbing. Fra le cause ambientali di malattia gli agenti chimici e le cause fisiche concorrono rispettivamente al 20%, quelle emozionali-relazionali contribuiscono al 60%.
Il processo che porta ad ammalarsi deriva dalle nostre azioni, dalle condizioni di vita, da come ci comportiamo, da ciò che pensiamo e da quello che proviamo. La gran parte di questo insieme è inconscio, chi soffre di malattie cronico-degenerative il più delle volte non ha neanche il sentore di ciò che sta avvenendo e soprattutto ignora che potrebbe interrompere il processo…”

Come si può interrompere il processo?

“Con la conoscenza e con la presa di coscienza. Come tutti i viventi, dalle piante agli esseri unicellulari, siamo mossi dalle emozioni primarie, piacere e dolore soprattutto, che non sono altro che codici genetici, presenti nel DNA. Nell’uomo la gamma delle emozioni è comunque molto più ampia. È importante insegnare ai bambini a riconoscere le sensazioni e mostrare loro a cosa corrispondono, è una sorta di alfabetizzazione emozionale. Si dà il nome a ciò che si prova e si riflette insieme sui comportamenti: "perché quello scatto di rabbia?" L’adulto consapevole del circuito percezione-alterazione d’organo-sistema nervoso-azione saprà accompagnare i piccoli a riconoscere le emozioni e a trasformarle in sentimenti, dunque a ‘modularle’ non a reprimerle.
Oggi sappiamo che l’alessitimia (incapacità di riconoscere cognitivamente le proprie emozioni) è un fattore di rischio per i disturbi della sfera emotiva. Al contrario, riuscire a verbalizzare e poi a razionalizzare la propria esperienza, raccontandola, ne attenua la carica negativa sul corpo”.

Cos’è la PNEI?

“Si fa risalire la psiconeuroendocrinologia alle ricerche di Hans Selye, datate 1936. Selye si accorse che le emozioni avevano un effetto sugli organi del corpo. Da qui iniziarono gli studi sulle sollecitazioni ambientali che possono provocare malattie, si pensi alla fisiopatologia delle malattie da stress che oggi è un sapere consolidato.
Fu Selye a coniare le parole eu-stress e di-stress. Il primo è lo stress che fa crescere, il secondo è quello che travalica le personali capacità di adattamento e porta ad ammalarsi. Ciascuno di noi, di fronte alle sfide ambientali, dà una propria risposta e manifesta una singolare resilienza”.

Com’è cambiata la PNEI?

“Oggi sappiamo che l’organismo è ancora più interconnesso, che il cortisolo non è prodotto solo dalle ghiandole surrenali, ma anche dalla pelle, dal cervello e dall’intestino. La reazione di paura coinvolge l’intero corpo. Si sa anche che le emozioni sono informazioni scritte nel DNA e regolano la funzione delle cellule. Ma c’è ancora tanto altro su cui indagare”.

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