Sindrome da stanchezza cronica: i sintomi persistenti post Covid-19

Patologia invalidante, affligge in Europa quasi due milioni di pazienti spesso reduci dal Covid-19. Tra i sintomi, spossatezza fisica e mentale. Ma la ricerca sul microbiota intestinale potrebbe individuare un'efficace terapia.

Sindrome da stanchezza cronica: i sintomi persistenti post Covid-19

Dolori muscolari, battito cardiaco e pressione irregolare, un persistente e grave senso di spossatezza fisica e mentale apparentemente immotivato. E ancora sonno non ristoratore, febbricola, artralgia, rigonfiamento dei linfonodi del collo e delle ascelle, mal di gola, problemi di memoria e concentrazione, mal di testa. Questi gli sgraditi postumi lasciati da Covid-19 ad alcune delle persone a cui ha fatto visita. Conseguenze nefaste che affliggono all’interno dell’Unione Europea circa due milioni di persone e che hanno meritato la menzione di vera e propria sindrome, rubricata sindrome da stanchezza cronica (o da fatica cronica), anche conosciuta come encefalomielite mialgica.

Sindrome da stanchezza cronica, cos'è

È una patologia che colpisce soprattutto donne di età compresa tra i 40 e i 50 anni, persiste per almeno sei mesi, con andamento ciclico e alternato tra parziali remissioni e recrudescenze. L’esordio della malattia avviene in media intorno ai 35 anni, in piena età lavorativa, ma si nota un preoccupante incremento della diffusione di questa patologia anche tra gli adolescenti, in particolare fra i 13 e i 15 anni. Non esiste al momento una terapia efficace e mirata per curare la stanchezza cronica, né sono stati individuati dei marker specifici. Si procede quindi in via sintomatica e differenziale, escludendo le altre patologie.

Altamente invalidante, la sindrome da stanchezza cronica è stata oggetto di un accorato appello al ministro della Salute Roberto Speranza affinché si sensibilizzi e finanzi la ricerca scientifica su questa malattia, come sta avvenendo in ambito europeo attraverso il progetto Horizon Europe. Dall’altra parte dell’oceano, il celebre virologo americano Anthony Fauci, consigliere sanitario della presidenza degli Stati Uniti e direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, ha evidenziato possibili legami tra questa forma di encefalomielite e il “Covid lungo”, i cui sintomi persistenti dopo la fase acuta risultano sovrapponibili.

La sindrome da stanchezza cronica non è però una condizione che può svilupparsi unicamente dopo l’esposizione al Covid-19. Umberto Tirelli, stimato medico che ha lavorato presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Aviano, ha recentemente dichiarato: «Questa patologia si può sviluppare anche dopo altre malattie infettive, per esempio la mononucleosi, la malattia di Lyme, l’influenza, ed è stata osservata anche in pazienti che avevano avuto la Sars […]».

Sindrome da stanchezza cronica, cosa comporta

Quello della stanchezza patologica è un disturbo già noto alla medicina da alcuni anni, spesso però minimizzato e che, solo con il tragico avvento del Covid-19, sta tornando in auge. Le conseguenze della stanchezza cronica sono particolarmente pesanti sul piano occupazionale, dato che la maggior parte di coloro che ne sono affetti vedono un significativo peggioramento delle loro performance professionali, con rischio di licenziamento, nonché un depauperamento importante della propria vita relazionale.

La devastante sensazione di spossatezza fisica e mentale, una condizione in cui le persone si sentono letteralmente svuotate di energia e di risorse, può sfociare in forme depressive anche gravi, compromettendo così il benessere psicologico degli individui. Una condizione di forte trauma o stress emotivo può essere tra i fattori prodromici allo sviluppo della sindrome da stanchezza cronica.

Lo studio del microbioma intestinale nella sindrome da stanchezza cronica

Una ricerca della Cornell University, pubblicato nella rivista scientifica Microbiome, potrebbe, secondo l’immunologo Mauro Minelli, fornire importanti nuove conoscenze su questa malattia. A proposito della sindrome da stanchezza cronica, il professor Minelli ha affermato: «[…] Il sequenziamento del Dna presente nelle feci allo scopo di identificare le specie batteriche del microbioma e la sua composizione ha messo in evidenza rilevanti differenze tra la composizione microbica intestinale dei pazienti con Cfs (sindrome da fatica cronica) e quella dei soggetti sani».

«Nella Cfs si verifica una riduzione del numero totale delle specie batteriche - ha affermato Minelli nell'intervista rilasciata ad Adnkronos Salute -e soprattutto una particolare riduzione di quantità e varietà del phylum firmicutes ed altre specie antinfiammatorie con notevole aumento dei microrganismi dotati di attività pro-infiammatoria. Pertanto, sarebbe possibile diagnosticare correttamente la Cfs nell’83% di pazienti esaminati, mediante l’analisi di campioni di feci e di sangue. Va sottolineato che non esiste alcuna prova se il microbioma intestinale alterato rappresenti una causa o una conseguenza della malattia».

«Comunque il dismicrobismo intestinale - ha concluso Minelli - potrebbe contribuire almeno in parte alla insorgenza della sindrome, o quanto meno alla sua sintomatologia, in quanto l’alterazione della flora intestinale, provocando danni dell’epitelio intestinale, ne altera la permeabilità favorendo una risposta infiammatoria forse immunologica».

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