La battaglia delle idee (idee si fa per dire) ha raggiunto vette mai toccate, per fortuna, nella storia universale del pensiero. Da una parte, l'esercito del politicamente corretto; dall'altra, le armate del perbenismo. I primi vogliono salvare i ragazzi dalla discriminazione di genere, dal razzismo, dal fascismo strisciante. I secondi vogliono salvare i ragazzi dalle teorie di genere, dalla crisi dei valori, dal multiculturalismo.
Fatalmente gli opposti si sono incontrati. Il Texas aveva varato norme per colpire l'attivismo progressista nelle università e impedire che l'aula diventasse un luogo di militanza su razza, genere e identità. Obiettivo dichiarato: ristabilire la neutralità, promuovere il pluralismo e la libertà accademica. Risultato surreale: un professore di filosofia viene invitato a mitigare il proprio corso rimuovendo letture di Platone perché potrebbero toccare temi woke. Le lezioni del professor Peterson intendevano studiare le posizioni di Platone e applicarle a problemi contemporanei come aborto, pena capitale, giustizia economica, e ideologia di genere. Peterson sostiene che non c'era traccia di propaganda nel suo programma: la filosofia invita sempre a misurarsi con le grandi questioni del passato e del presente. Lo Stato replica: per essere più sicuri che non vuoi indottrinare nessuno, taglia le letture più controverse.
Non siamo davanti a un eccesso di zelo studentesco o a una polemica via social network. Qui c'è un'università pubblica Texas A&M University che interpreta una legge statale in modo così estensivo da colpire testi di 2.500 anni fa. La censura che oggi arriva da destra ha un tratto grottesco: nasce da leggi pensate per limitare il politicamente corretto e finisce per riprodurne i meccanismi. In mezzo, finiscono proprio gli studenti. A loro vengono sottratti capolavori e perfino buon intrattenimento. La scuola e l'università non formano più lettori, ma soggetti ipersensibili o iperprotetti, pronti a indignarsi a comando. Ignorano il passato e non sviluppano una coscienza critica.
È un processo noto come deculturazione. Le conseguenze vanno ben oltre il folclore mediatico.
Le comunità colpite perdono riferimenti, subiscono l'omologazione, ritornano all'analfabetismo funzionale, favoriscono una conoscenza superficiale e perdono la capacità di trasmettere il sapere. Un'università che teme le idee - di destra o di sinistra - ha già abdicato alla sua funzione. E quando la censura diventa sistemica, non è più deviazione: è il nuovo ordine (deculturato).