Sbagliato Così puniamo i graffitari più degli assassini

Sono, lo confesso, tra i disorientati. Sono addirittura tra gli indignati. Mi ripugna l’idea che pochi anni di carcere siano un’adeguata espiazione per chi s’è macchiato di un crimine come quello di Erika e Omar. Mi sembra clamorosa, a questo punto, l’ingiustizia di meccanismi legali che forse soddisfano gli psicologi - lontana da me l’idea di contestare, in proposito, l’autorità di Alessandro Meluzzi - ma che sollecitano voglia di severità nei conservatori del mio stampo. O chiamateci forcaioli, se vi pare più calzante. Sarà forse démodé - sia alla luce della concezione marxista secondo cui colpevole è la società, non gli individui, sia alla luce d’una comprensiva concezione liberalcattolica - chiedere una punizione esemplare per feroci assassini.
So che le biografie di chi uccide possono offrire spiegazioni, e in un vecchio film di Cayatte (se ben ricordo) contro la pena di morte si raccontava molto bene quale storia terribile avesse alle sue spalle il protagonista, un delinquente sanguinario. Aborro la pena capitale, provo anch’io disagio quando viene invocata come un toccasana. Ma il percorso riabilitativo di Erika e Omar non mi commuove. O, per meglio dire, ho piacere di saperli entrambi dediti ad attività virtuose, Erika addirittura alle prese con la filosofia teoretica. Tuttavia, per rispetto alle loro povere vittime, per coerenza con il buon senso della banale ma onesta gente comune, un’aggiuntina di semilibertà o di adempimenti disciplinari, o di lavori di pubblica utilità sarebbe stata a mio avviso molto opportuna. Nulla a che fare con i galeotti in casacca a strisce e con la caviglia incatenata. Ma un qualche lavoro obbligatorio dei due - seppure abbinato ad alti studi filosofici - sarebbe parso più che ragionevole a tanti, me compreso. Invochiamo una pena manuale per graffitari e vandali e per la coppietta diabolica solo trattati d’alta cultura?
Dal «caso» di Omar e Erika il professor Meluzzi passa a interessanti considerazioni generali sullo scadere in Italia di valori come il pentimento e la coscienza del peccato. Tutto sembra ammorbidito, casuale, opinabile. Il rapporto tra delitto e castigo sfuma, perfino in Chiesa. Almeno io ho notato quanto poco i predicatori evochino adesso le fiamme dell’inferno, rivolgendosi ai fedeli. Non il fuoco eterno distruggitore ma fiammette, tipo fornello a gas. Per questo dovremmo avere indulgenza verso i politici rei di qualche atto di mano lesta. Se le pietre di paragone sono Erika e Omar, e la durata della loro detenzione, ammetto anch’io che amministratori locali chiacchierati e malfamati faccendieri si atteggino a poveri fornaretti. Meluzzi lamenta addirittura che questi soggetti diventino per i «facili censori» «più succulenti di stupratori, rapinatori, spacciatori». Il che trasforma chi critica il malcostume politico in una tricoteuse ringhiante ai piedi della ghigliottina. Confesso d’essere, non raramente, un «facile censore» degli usi e abusi di potenti maggiori e minori. Senza ricavare da queste polemiche il benché minimo successo.

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