Trent'anni dopo la sua uscita, Infinite Jest resta non solo un romanzo enorme, continua a essere un caso culturale irrisolto. Una di quelle opere che continuano a disturbare, tant'è che ci sono di fatto due fazioni, i wallaciani e gli antiwallaciani. Curioso destino di uno scrittore che ha dato tantissimo e è morto suicida: Infinite Jest racconta la dipendenza dall'intrattenimento totale e intanto torna come oggetto, monumento cartaceo da esibire, qualcosa da avere (Einaudi propone una edizione speciale in cofanetto, pagg. 1296, euro 26) e che pochi hanno letto davvero. Insomma troppo lungo, troppo complesso, troppo tutto, e David Foster Wallace (1962-2008) troppo bravo da suscitare irritazione anche tra gli altri scrittori, tra i critici non ne parliamo.
Infinite Jest si apre con una frase minima, una dichiarazione di poetica e di disagio: "Io sono qui dentro". A parlare è Hal Incandenza, brillante, tanto iperfunzionante all'esterno quanto paralizzato all'interno, incapace di comunicare ciò che pensa pur avendo una mente sovraccarica di linguaggio (come Wallace). È un inizio che dice tutto: il romanzo di Wallace sarà una lunga esplorazione di ciò che accade quando il linguaggio non coincide più con l'esperienza, l'individuo resta intrappolato dentro un flusso che lo attraversa senza rappresentarlo davvero (come un Beckett o una Molly Bloom scienziati che si mettono a scrivere un romanzo di fantascienza).
Quando uscì nel 1996 Infinite Jest arrivò in un momento preciso della letteratura americana: da un lato c'era l'eredità del grande postmoderno, quello che aveva smontato il romanzo dall'interno, da Barth in poi, passando per Thomas Pynchon. Dall'altro lato però il clima dominante dei primi anni Novanta era già cambiato: andavano forte i cosiddetti post-minimalisti, il Brat Pack letterario, Bret Easton Ellis, Jay McInerney, Tama Janowitz, i nipotini di Raymond Carver.
Wallace arriva da lì, e tuttavia compie una scelta opposta. Invece di asciugare, accumula, invece di ridurre, espande, invece di giocare con il vuoto prova a riempirlo fino a farlo esplodere (si iniziò a parlare di "massimalismo", e allora Proust e Joyce e Musil cosa erano? E il nostro Arbasino?). Infinite Jest è dentro il postmoderno, con la sua struttura frantumata, i registri che collidono, la sfiducia nella linearità e allo stesso tempo ne segna una crisi evidente. Non smonta il genere per dimostrarne l'impossibilità, lo usa fino allo sfinimento (come Proust). Siccome, attenzione: sotto l'apparente caos (il pasticciaccio, lo gnommero gaddiano, con dentro molta scienza e matematica) Infinite Jest resta profondamente narrativo, quasi ottocentesco nella sua ambizione (chi non se n'è accorto non l'ha letto). Wallace lavora ancora dentro una logica balzacchiana del romanzo come mondo totale, e la sua trama fa riflettere: in un futuro prossimo deformato, dove gli anni corrispondono a sponsor e il Nord America è riorganizzato in una nuova entità geopolitica, si intrecciano le vicende dell'Enfield Tennis Academy, dove giovani atleti vengono addestrati fino all'autodistruzione, e della Ennet House, centro di recupero per tossicodipendenti e alcolisti. Al centro incombe un film clandestino consegnato su videocassette, talmente irresistibile da annientare chi lo guarda, usato come possibile arma politica.
Molti non sopportano la scrittura, le frasi sono lunghe, iperarticolate, piene di incisi, precisazioni, parentesi, come se Wallace non si fidasse mai della parola appena scritta, per cui ogni concetto viene spiegato, corretto, circoscritto, blindato contro il fraintendimento, e non è virtuosismo compiaciuto, è paura della semplificazione (quella semplificazione continua dentro cui oggi viviamo sempre di più). La prosa diventa barocca proprio perché, per citare ancora il nostro Carlo Emilio Gadda: "barocco non sono io, barocco è il mondo", e Wallace porta dentro il concetto di barocco l'entropia dentro la civiltà moderna, in un'opera mostruosa piena di sapere e di sofferenza (e spesso anche esilarante).
Idem per le note a piè di pagina, a molti sono sembrate un vezzo postmoderno, macché. Promettono chiarimenti e producono dispersione, interrompono il flusso, costringono a saltare avanti e indietro, a perdere il filo (talvolta prendendo in giro il lettore, tipo "questa nota non significa niente"). Rappresentano dipendenza dentro un libro che parla di dipendenza, e anche, pensateci: un atto beffardo e la prefigurazione della frammentazione dell'attenzione, del consumo continuo di contenuti digitali che non fanno mai riflettere su niente. Infinite Jest chiede al lettore di fare quello che oggi non facciamo più: approfondire.
Accanto all'entusiasmo per l'ambizione e la potenza linguistica, arrivarono stroncature durissime. Dale Peck parlò di un libro gonfio, mentre Michiko Kakutani ne riconobbe l'inventiva ma lo descrisse come un compendio enciclopedico incapace di governare la propria materia. Harold Bloom lo liquidò senza mezzi termini. Le accuse erano sempre le stesse: accumulo, esibizionismo, ricatto nei confronti del lettore trasformato in atleta del testo. Niente paura, i geni hanno sempre irritato. Anche Bret Easton Ellis avrebbe liquidato Wallace come autore sopravvalutato, aspettando però che fosse morto. Infinite Jest era diventato un simbolo, un test identitario, un libro-prova, e rifiutarlo significava rifiutare anche quel tipo di prestigio morale che si era costruito intorno alla sua difficoltà.
Eppure Wallace sembra anticipare questa reazione, e la ingloba nel libro stesso, quando scrive che "la verità ti renderà libero. Ma solo dopo aver finito con te". Romanzo o scherzo infinito che contiene fatica, esposizione, disagio, e che proprio per questo continua a risultare scomodo in un'epoca che chiede ai contenuti di essere rapidi, rassicuranti, anestetizzanti, immediatamente consumabili. È un'opera in cui grandezza e irritazione coincidono.
Trent'anni dopo non è diventato più facile, anzi. E è probabilmente questo il motivo per cui continua a resistere e a restare. Resteranno anche i critici che lo hanno stroncato, ma di loro resterà solo questo errore, signore mie.