C’è un momento, ogni tanto, in cui Matteo Salvini smette di essere Matteo Salvini. Succede raramente, come le giornate perfette sulle Dolomiti: cielo pulito, neve che abbaglia, la pista che scende come una promessa. Lo fa quando la politica è una rottura di scatole. Al traguardo di Cortina non c’è il vicepremier, non c’è il segretario, non c’è l’uomo che deve rispondere di Vannacci, delle polemiche, delle guerre interne, delle domande cattive.
C’è un tifoso.
Sta lì con il sindaco, gomito a gomito, in mezzo a quella folla che non vuole sapere niente di congressi e talk show. Vuole solo vedere la velocità, sentire il rumore delle lamine, aspettare Goggia e Brignone come si aspetta una liberazione. E Salvini fa una cosa quasi scandalosa per un politico italiano: se ne frega. Se ne frega di Vannacci, che altrove agita bandiere e frasi appuntite. Se ne frega della politica, che è sempre una pista più sporca, più viscosa, piena di trabocchetti. Qui la pista è vera, bellissima, netta. O vai giù o cadi.
Si concede una Corona, nella bottiglia olimpica, quella piccola e rotondetta. C’è soprattutto quell’entusiasmo un po’ infantile, quel tifare come un ragazzino che mette da parte il cinismo.
Le mani che applaudono, gli occhi che seguono, la faccia che si apre in un sorriso senza strategia.Per qualche minuto Salvini non è un simbolo, non è un bersaglio, non è un hashtag. È solo uno che guarda due campionesse e pensa, come tutti: “Dai, forza”. È la meraviglia delle Olimpiadi.