Scritti acidi su giornalisti e libertà di espressione

I cassetti di Mark Twain, editorialmente parlando, sono come il leggendario baule di Fernando Pessoa: senza fondo. Ogni tanto, rovistando bene, si riesce a tirar fuori qualcosa. Che, essendo comunque di Twain, sarà necessariamente qualcosa di buono. Negli ultimissimi anni in Italia sono usciti parecchi suoi scritti, più o meno inediti, più o meno «assemblati», più o meno «rari». E per questo si devono ringraziare gli editori Spartaco, Mattioli 1885, Passigli e Robin soprattutto. Ora è la volta di Piano B Edizioni che per il centenario della morte di Samuel Langhorne Clemens (1835-1910), passato alla storia delle Lettere e del giornalismo come Mark Twain, ha riunito sotto il titolo Libertà di stampa (pagg. 118, euro 11) un’antologia di articoli dedicati alla libertà di pensiero e di parola («garantita nella forma, ma proibita di fatto»), ovvero: il mestiere d’informare, i metodi di costruzione e persuasione dell’opinione pubblica, la censura, la «troppa libertà» di certa stampa e l’eccessiva cautela di certa altra, la propaganda... Temi, come si capisce, di “stringente” attualità, come si usa dire. E per di più detti da un autorevole esponente di quella stessa categoria (da sempre sotto accusa e sempre insostituibile) che pure non aveva timore di criticare.
Da giornalista che conosce bene il giornalismo, Twain è un implacabile cecchino, e un compassato becchino, della professione. Scrive: «I nostri princìpi morali decadono in modo direttamente proporzionale all’aumento del numero di giornali. Più giornali ci sono, meno moralità c’è. Per un giornale che fa del bene, ne abbiamo cinquanta che fanno del male. Dovremmo considerare la nascita di un giornale in un villaggio virtuoso alla stregua di una calamità». E più avanti: «Questa terribile forza, l’opinione pubblica di una nazione, è creata in America da un’orda di sempliciotti ignoranti e compiaciuti che hanno fallito come sterratori e calzolai, e che hanno intrapreso il giornalismo lungo il loro cammino verso l’ospizio per i poveri». Sono parole tratte dall’articolo che dà il titolo alla raccolta, Libertà di stampa, uno degli inediti contenuti nel libro insieme a Fortuna e Opinioni di granturco (quest’ultimo, scritto nel 1901 e pubblicato la prima volta nel 1923, e dove Twain fa a fette il conformismo intellettuale e massacra il concetto di «opinione pubblica», è stato inserito da Joyce Carol Oates tra i cento migliori saggi americani del XX secolo). Da leggere, in particolare, il pezzo Il privilegio dei morti, sulla libertà di espressione: «Solo ai morti è permesso di dire la verità», asseriva Twain dopo che diversi dei suoi scritti furono censurati o respinti dai suoi editori e caporedattori. «Un uomo non è indipendente, e non può permettersi di avere delle idee che potrebbero compromettere il modo in cui si guadagna il pane. Se vuole prosperare, deve seguire la maggioranza», ammetteva sconsolato. Così come, sconsolato, riconosceva che i giornalisti onesti ci sono. «Soltanto costano di più».
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