Scrivere con il pensiero: «tradotte» le prime dieci lettere prodotte dai neuroni

Fondamentale ricerca condotta dagli scienziati dell'Università dello Utah: grazie a degli speciali microelettrodi posti sul cervello di alcuni pazienti epilettici, si è riuscito a «intercettare» il segnale elettrico corrispondente a un primo gruppo di lettere

Forse un giorno si potrà parlare senza parlare. «Scrivere con il pensiero» in senso letterale, cioé compiendo l'unico sforzo di pensare a che cosa scrivere. Più che di telepatia, facoltà intuitiva-istintiva del mondo animale ormai perduta (e dal «funzionamento» assai sconosciuto), si tratta di un passo decisivo compiuto dagli scienziati dell'università di Utah (Usa), che sono arrivati a «tradurre» in lettere le scariche elettriche emesse dai neuroni presenti nell'area del cervello che sovrintende al linguaggio. Una scoperta che si propone di poter ridare la parola, per così dire, alle persone rimaste totalmente paralizzate.
Come sarà possibile? Quando parliamo, a ogni parola proferita, nei centri nervosi del linguaggio i «neuroni della parola» emettono un segnale elettrico corrispondente alla parola medesima. E adesso si è cominciato a decodificare il «linguaggio elettrico» del cervello: i ricercatori statunitensi sono infatti riusciti a «tradurre» dieci parole nei segnali elettrici corrispondenti che i neuroni del linguaggio producono quando le pronunciamo.
Pubblicata sulla rivista Neural Engineering, la ricerca degli scienziati dell'università di Utah è stata possibile usando microelettrodi, piccoli e non invasivi, posizionati in superficie sul cervello di pazienti epilettici. Così i ricercatori hanno registrato le piccole correnti prodotte da gruppi di neuroni delle aree del linguaggio, mentre i pazienti pronunciavano una certa parola. In questo modo sono riusciti ad abbinare dieci parole ai dieci segnali neurali corrispondenti con una discreta accuratezza.
Lo studio è stato condotto da Bradley Greger che già lo scorso anno era riuscito a «leggere» con microelettrodi i segnali nervosi che governano i movimenti del braccio. La «traduzione» della corrente in parole è per ora ancora rudimentale ma potenziando i microelettrodi (aumentandone il numero) si potrà aumentare il numero di parole codificate e l'accuratezza della lettura dei segnali neurali.
Sono molteplici i lavori fatti finora da vari gruppi di ricerca nel mondo per creare un'interfaccia cervello-computer che serva a ridare la parola o i movimenti ai pazienti «congelati» nella paralisi. L'idea è che leggendo nel loro «pensiero», cioè registrando e decifrando l'attività di singole aree del loro cervello, questa attività elettrica dei neuroni possa essere tradotta in comandi per un pc o una protesi: per esempio possa essere tradotta in parole da un sintetizzatore vocale capace di leggere e interpretare i segnali neurali.
Un primo tentativo in questa direzione è stato fatto di recente da Frank Guenther della Boston University che, impiantando un elettrodo nelle aree del linguaggio del cervello di un uomo completamente paralizzato, è riuscito a tradurre parzialmente dei segnali elettrici nelle vocali.
Con il nuovo lavoro si va oltre: intanto i ricercatori si sono inventati un sistema meno invasivo per captare e registrare i segnali nervosi, usando non un elettrodo impiantato ma una griglia di microelettrodi che si «appoggiano», ma non si impiantano, sulle aree del linguaggio.
Poi l'equipe di Greger ha decifrato i segnali neurali di dieci diverse parole con un esperimento molto elegante: i ricercatori hanno usato gli elettrodi su pazienti che dovevano essere operati al cervello. I pazienti dovevano pronunciare più volte dieci parole (caldo, freddo, sete, fame, sì, no, meno, più, arrivederci, ciao), mentre gli esperti registravano i segnali elettrici che gruppi di neuroni del linguaggio emettevano al pronuciare ogni parola. Poi con molta pazienza gli esperti sono riusciti ad associare ogni parola a un segnale.
In questo modo, quindi, i segnali neurali dei centri del linguaggio possono essere tradotti nelle parole a cui corrispondono: quando il sistema sarà reso più sofisticato e più parole saranno tradotte nei rispettivi segnali, allora veramente si potrà ridare la parola.