Se l’8 settembre fu un conflitto tutto in famiglia

Qualcuno dovrà pur studiare perché settembre è il mese della Storia. E della Cronaca. Non dico soltanto del giorno undici, che non appartiene in esclusiva agli americani e al terrorismo perché brucia di immagini tremende, di ferite e di morte, di fotogrammi agghiaccianti, di voci disperate. Dico di un’altra data precisa, il giorno otto, quando Londra fu colpita per la prima volta da un V2 o quando gli aerei della Royal Air Force colpirono con 123 razzi il nostro transatlantico «Rex». Era il Quarantaquattro e sempre il giorno medesimo, l’otto.
Un anno prima, la data resta emblematica, lontana eppure attuale, punto di svolta di un popolo e, forse, del suo futuro. Su quell’estate del ’43 molto è stato detto, scritto, raccontato con immagini e memorie. Il bivio della nostra storia, cronaca antica che ritorna puntualmente, quasi a rappresentare il momento della resa, il segno distintivo della sconfitta.
Riccardo Rossotto è un avvocato torinese che di questo si è occupato, per passione e per scienza. Ha abbandonato da tempo l’avventura del giornalismo quotidiano e ha deciso di ritornare a occuparsi della scrittura con lo studio e l’approfondimento dei grandi avvenimenti della storia. L’ultimo suo lavoro, per i tipi di Fogola nella collana «La Torre d’Avorio», porta il titolo di Estate 1943. Rossotto, in precedenza, aveva affrontato il buio di Caporetto con il volume Generali vergogna! e, ancor prima, si era espresso nei due libri sulla Guerra civile americana. Dunque il conflitto al centro dell’indagine, perché di questo si tratta, non certo il romanzo o il diario di un tempo andato, ma l’esplorazione di vicende e di luoghi, attraverso i documenti, alcuni inediti. Aiutato, in questo, dall’esperienza personale, famigliare. L’estate del Quarantatré fu anche un conflitto tra padre e figlio. Camillo Rossotto, il nonno di Riccardo, era il comandante del raggruppamento motorizzato che risaliva l’Italia con l’VIII armata degli alleati; Giuseppe, suo figlio e dunque padre dell’autore, aderì subito dopo l’8 settembre alla Repubblica di Salò e fece poi parte dell’ufficio stampa della Gnr, la Guardia nazionale repubblicana, della «X Mas». Due Italie nella stessa famiglia, due Italie da padre a figlio, due modi di aderire a un’idea e a un ideale, entrambi in lotta per lo stesso Paese, si diceva Patria.
Dieci anni di ricerca, tanto è durato il lavoro di Riccardo Rossotto. Le trecento pagine del libro, in cui vengono portati i documenti di quelle ore, confermano il quadro oscuro nel quale si muovevano i vertici militari italiani, la lotta aperta tra i comandanti di divisione, le accuse reciproche, con il coinvolgimento del ministro della Guerra, il generale Sorice, e poi Carboni, Marraffa comandante della Polizia dell’Africa italiana di Roma, e Calvi di Bergolo, genero di re Vittorio, che incominciò il lavoro di ricostruzione della «Centauro», sostituendo le camicie nere con quelle grigioverdi, anche se i fenomeni di diserzione non erano del tutto finiti. Rossotto ha ripercorso i luoghi della guerra e dell’armistizio, ha riproposto figure quasi dimenticate come il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, zio di Massimo che a sua volta è padre del presidente della Ferrari, Luca Cordero.
Il colonnello Giuseppe, responsabile degli affari civili dell’amministrazione della città di Roma, fu tra i personaggi che parteciparono alle trattative per l’armistizio, numerosi i suoi fonogrammi con la firma «M» indirizzati al governo del Regno del Sud, a Brindisi. Non si ha notizia certa dei suoi atti nelle ore decisive, ma un fatto è storico: venne arrestato dai tedeschi il 24 gennaio, torturato per due mesi e il suo nome venne inserito fra le 335 vittime del massacro alle Fosse Ardeatine, venne fucilato il 24 marzo del Quarantaquattro e, secondo la tesi del giornalista e storico Ruggero Zangrandi, «la morte di Montezemolo permise ai badogliani di far tacere per sempre un testimone scomodo». La conclusione di quella tragedia fu un altro atto di confusione: l’armistizio firmato in contrada Gallina, a Cassibile verso Siracusa, secondo letteratura, fu invece sottoscritto in un uliveto, della proprietà della famiglia Grande, di Santa Teresa Longarini. La baronessa Liliana Sinatra Grande, oggi titolare di quel fondo, riporta la memoria della nonna Aline, il regalo della lapide fatto dagli americani, lo stesso cippo trafugato, a metà degli anni Cinquanta, da un giornalista «per motivi patriottici».
E, ancora, le immagini di uno dei tavolini sul quale venne firmato l’armistizio e l’ultimo ricordo di un altro imbroglio, quasi uno scherzo goliardico: «Mia nonna ordinò alla domestica di portare una bottiglia di Moscato siracusano per festeggiare con gli ufficiali alleati. Ma in tavola fu posata, per sbaglio, una bottiglia di aceto, gli americani brindarono, commentando “very, very good”». L’estate del Quarantatré aveva fatto perdere la testa.

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