SE IL PREMIER AVESSE UN PIANO B

Cosa succederà nelle prossime settimane, dove vuole arrivare Silvio Berlusconi? Questo si chiede la gente all’indomani dello strappo senza ritorno tra il premier e il duo Capo dello Stato-Gianfranco Fini. Ognuno ha la sua risposta, una diversa dall’altra. Le ipotesi e le presunte certezze si intrecciano formando un pantano in cui politici e politologi sguazzano alla grande. Tutti però dimenticano una cosa fondamentale, quella che da sedici anni regolarmente spiazza gli esperti, smentisce le previsioni. E cioè che l’arma vincente del Cavaliere è quella di cercare soluzioni semplici a problemi complicati. Lui non segue i manuali o la dottrina prevalente ma la logica. Inventa al momento e ha consenso perché dice e fa quello che molti pensano ma nessuno osa dichiarare. Qualche esempio. Per ripulire la spazzatura di Napoli basta fare nuovi impianti di smaltimento; per mettere al riparo la gente dal terremoto, edificare case antisismiche; per togliere in tre mesi la gente terremotata dalle tende, far lavorare i cantieri 24 ore al giorno; per modernizzare il Paese, costruire autostrade, tunnel e ponti. Così in politica. Vincere le elezioni? Basta tenere insieme tutti i non comunisti, anche quelli (Lega, An e cattolici) che uniti non starebbero mai.
Banale, no? Troppo per professionisti della politica e professoroni che studiano soluzioni complicate e perciò impossibili da realizzare, in modo da garantirsi stipendio e ruolo a vita. Ora il problema che Berlusconi sta affrontando è questo. In Italia il sistema si è incartato perché i poteri dello Stato sono in corto circuito tra loro. I cittadini eleggono un premier e un governo (è successo anche a Prodi) che in realtà non può governare, vuoi per i problemi interni alla maggioranza figli della legge elettorale, vuoi perché altri poteri (i giudici, il Quirinale) non condividendo il responso delle urne, remano contro. Questo è possibile perché la nostra Costituzione, vecchia di 62 anni e nata per garantire altre emergenze (eravamo reduci da una dittatura e da una guerra civile), non permette quegli aggiustamenti che i tempi richiedono. Ecco quindi la famosa soluzione semplice di Berlusconi: modifichiamo la Costituzione, per il bene del Paese, oggi anche il suo ma domani di chi gli succederà.
Niente da fare. Non si può. O meglio, si potrebbe se tutti collaborassero. Per cambiare la Costituzione infatti servono i due terzi del Parlamento, o in alternativa la maggioranza semplice con successivo passaggio al referendum popolare. Dei due terzi non è aria, della maggioranza non c’è certezza. A Gianfranco Fini e ai professionisti della politica dell’inciucio le cose infatti stanno bene così, fanno parte del loro dna, oltre che dei loro interessi personali. Se le cose dovessero ulteriormente complicarsi una soluzione potrebbe esserci. Mettiamo che Berlusconi decida di andare a votare e che il Pdl abbia come programma un unico punto: riforma della Costituzione. Ovvio che sarebbe candidato solo chi condivide il punto, e ovvio che in caso di vittoria il Quirinale, l’opposizione e persino Santoro e La Repubblica dovrebbero prendere atto che gli italiani vogliono esattamente questo.
Fantapolitica? Forse, ma non facciamoci depistare dalla dichiarazione di ieri di Berlusconi: «Mai pensato a elezioni, questo governo finirà la legislatura».

Un buon politico ha sempre un piano A e un piano B. Per fare un calcolo delle probabilità e dei tempi aspettiamo domani pomeriggio, quando Berlusconi parlerà in piazza a Milano. L’ultima volta che l’ha fatto è stato per annunciare la rivoluzione del predellino.

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