Sergio Mendes: «Da Sinatra a Jovanotti, vi racconto mezzo secolo di bossanova»

Paolo Giordano
nostro inviato a Londra
Lì sotto quel panama bianco c'è il sorriso di Sergio Mendes, una leggenda brasiliana per servirvi, e uno non se l'aspetta tanto candore entusiasta da un artista che nel 1968 era già in tournèe con Frank Sinatra e si ritrovava nei camerini con il resto del Rat Pack (Dean Martin e Sammy Davis jr., scusate se è poco). Questo uomo minuto, quasi impercettibile quando parla in una saletta dell'elisabettiano Landmark, mezzo secolo fa si è caricato in spalle la bossanova e, insieme con Jobim, Vinicius de Moraes e Joao Gilberto e tutti gli altri, l'ha portata in giro per il mondo. Ricordate il coro iniziale di Mas que nada? Nell'esperanto della musica, ecco, non c'è miglior sinonimo di allegria e sensualità. Ora Sergio Mendes, che ha sessantanove anni e una vita favolosa alle spalle, festeggia con Bom tempo, un cd che secondo Billboard lo conferma «maestro della fusion» e che nessuno potrà ascoltare senza ballare almeno un po'. Così, seguendo semplicemente il pulsare sanguigno dei suoni.
Però Mendes, cinquant'anni ma sembra ieri.
«Jobim, che è un mio grande amico, è stato l'inventore della bossanova. Ma allora tutti noi, che l'abbiamo vissuta sin dall'inizio, non ci rendevamo conto di essere in un momento storico così importante».
Quando lo ha capito?
«Quando nel '62 sono andato a suonare alla Carnegie Hall di New York a suonare con un mostro come Dizzy Gillespie».
Lei aveva 21 anni.
«Tutto era partito due anni prima. Sono nato a Niteroi, un paesino vicino a Rio. E proprio nel 1960 avevo avuto il mio primo ingaggio: alcune esibizioni in un club di Capacabana. In cambio mi davano solo da mangiare e da bere».
Ma nel 1968 era già in tournèe con Frank Sinatra.
«Dopo il colpo di stato in Brasile del '64 mi ero trasferito a Los Angeles. Avevo il mio Trio e provavamo in un piccolo club, lo Shelley Manne Hole: ci veniva ad ascoltare anche Chet Baker. Poi trovai la casa discografica giusta (la A&M) e le radio di tutto il mondo iniziarono a trasmettere Mas que nada. Ero entusiasta».
Ci mancherebbe.
«Ma lo ero soprattutto perché in ogni continente la gente cantasse una canzone brasiliana senza neanche capirne la lingua. In concerto cantavo anche classici in inglese e lo stesso Sinatra interpretava And I think I'm going out of my head. In quel periodo flirtava con Mia Farrow. Poi siamo di nuovo andati in tour nel 1980».
Poco tempo dopo si è esibito per l'ultima volta alla Casa Bianca.
«Reagan aveva dato un ricevimento per il presidente brasiliano. Io vado al pomeriggio per regolare i suoni, mi siedo al piano e dopo qualche minuto alle mie spalle arriva Sinatra e mi aggiusta il microfono. Poi mi dice: "Nancy Reagan mi ha chiesto di venire a dare un'occhiata, adesso torno a New York". Aveva preso l'aereo apposta!».
Sembra roba di un secolo fa.
«E invece nel 2006 mi è venuto a cercare anche Will.I.am dei Black Eyed Peas. Si è presentato a casa mia a Los Angeles con tutti i miei dischi in vinile dicendomi: "Sei una delle mie più grandi influenze". E mi sono accorto che la loro versione di Mas que nada, nella quale canto anche io, è stata una sorpresa per i giovanissimi».
Lei è un crocevia dal quale sono passati tanti musicisti.
«Vinicius de Moraes ha scritto che "La vita è l'arte dell'incontro". Sono d'accordo».
Il più strano?
«Nel 1970 volevo costruire uno studio di registrazione nella mia casa di Los Angeles. Cerco un falegname e si presenta un cappellone vestito da hippy. Mi dice: non so fare questo lavoro ma lo imparerò. E in effetti lo ha fatto bene. Nelle pause dal lavoro, saliva su di un albero a leggere copioni. Pochi anni dopo lo vedo in American graffiti e lo riconosco: era Harrison Ford. Quando ci incontriamo, scherziamo sempre su quell'episodio».
Però ha anche incontrato gli italiani Zucchero e Jovanotti.
«Con Zucchero ho inciso Oceano di silenzi. Con Lorenzo ho collaborato per il brano Punto. Ma avevamo già lavorato insieme. Qualche anno si si era presentato dopo un mio concerto a Umbria Jazz (o era il Festivalbar?) e mi aveva colpito. Così poi l'ho chiamato per rappare in Lugar Comum dal mio disco Encanto. E mi piacerebbe ancora lavorare con lui: ha una grande energia».
Lei il prossimo anno compirà settant'anni, l'età in cui di solito comincia la santificazione delle star.
«Ma io per mantenere i piedi per terra ricordo sempre quella volta che nel '69 suonai agli Champs Elysees a Parigi. Prima di me c'era un ragazzo sconosciuto che fu molto fischiato dal pubblico. Dopo venne da me per scusarsi di avermi creato guai. Era Elton John».

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