"Il dollaro è la nostra moneta, ma è un vostro problema". La frase pronunciata nel 1971 da John Connally, allora segretario al Tesoro americano, torna oggi drammaticamente attuale. Negli ultimi giorni il biglietto verde è tornato a indebolirsi fino a quota 1,20 contro euro: quasi il 20% di svalutazione da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. La domanda non è se il movimento sia eccessivo, ma se sia finito. E non c'è alcuna ragione per pensarlo.
A Washington la debolezza del dollaro è vista come un successo, non come un problema. Trump sta semplicemente cercando di invertire l'apprezzamento reale accumulato dal dollaro nell'ultimo decennio per ridurre il deficit commerciale americano. E, guardando al cambio reale effettivo basato sul costo del lavoro manifatturiero, la strada da fare è ancora lunga.
Per una parte rilevante dell'amministrazione Usa, cambio competitivo e dazi sono strumenti complementari della reindustrializzazione. Il cosiddetto Mar-a-Lago Accord di Stephen Miran - un piano esplicito per svalutare il dollaro - richiama il Plaza Accord del 1985. Con una differenza cruciale: allora c'era coordinamento internazionale, oggi c'è solo una reazione a catena disordinata, alimentata dall'imprevedibilità della politica americana sia in ambito commerciale che in politica estera.
Secondo alcuni osservatori il rischio riguarderebbe i 27mila miliardi di dollari di asset americani detenuti all'estero. Gli investitori europei ne possiedono circa 8mila miliardi. Il deficit netto di investimento degli Stati Uniti ha già superato i 27,6mila miliardi. Se la svalutazione prosegue, la domanda inevitabile è: fino a che punto i portafogli resteranno esposti al rischio cambio? Ma la verità è che non esistono oggi vere alternative agli asset Usa. Si smette di acquistare Treasury per quale altro asset? Bond cinesi? Non ha molto senso. Washington avrà poi la leva delle stablecoin per trovare nuovi acquirenti del debito. E comunque, fino a che permarrà il modello mercantilistico cinese ed europeo, il surplus commerciale andrà riciclato altrove.
Per l'Europa, un euro sopra 1,20 è una pessima notizia. Penalizza export, margini e occupazione proprio mentre la domanda interna resta fragile: consumi stagnanti, investimenti deboli. E qui emerge l'altra grande illusione europea: l'idea che l'Unione possa salvare l'ordine liberale globale. Anche gli osservatori mainstream iniziano ad ammettere che quell'ordine sta finendo. Eppure, questo processo non è iniziato ieri: i primi segnali risalgono ad almeno nove anni fa, all'epoca di Trump I e della Brexit. Allora, la risposta dominante fu liquidatoria: nei dati sul commercio globale non si vede alcuna deglobalizzazione. Ed è ancora così. Ma il declino dell'ordine liberale multilaterale non riguarda i volumi degli scambi. Riguarda il ruolo delle istituzioni multilaterali, la loro capacità di proiettare valori liberali e, soprattutto, il cambiamento strutturale della politica statunitense.
C'è chi, come Martin Wolf, attribuisce all'Europa un ruolo guida nel nuovo ordine. Ma è una lettura ottimistica. L'Ue, così com'è oggi, resta una costruzione ibrida: più di un'organizzazione internazionale, meno di uno Stato sovrano. Non tassa, non emette debito in modo autonomo, non dispone di una forza militare. Può contribuire alla difesa della società aperta, ma difficilmente potrà guidarla.
Il rischio maggiore non viene dai suoi avversari, ma dagli amici che le attribuiscono un ruolo che non può svolgere. Pensare l'Ue come un attore geopolitico globale è un errore di prospettiva. L'ordine multilaterale non verrà salvato. È tempo, piuttosto, di discutere modelli alternativi.