Siena, Chievo e Atalanta Il campionato si riscatta

di Franco Ordine

Richiusa la ferita, seppellite le polemiche. Il calcio italiano è anche questo ed altro ancora: ha la forza di redimersi in fretta e di cancellare quella pazza serata romana, Lazio-Inter per capirsi, diventata nell’immaginario collettivo la fotografia ingiallita di uno sport cialtrone. Basta vedere le scene seguite alla fine della disputa di Siena, per cogliere al volo, la bellezza del messaggio: Alberto Malesani allenatore del Siena condannato in B che abbraccia in sequenza prima Moratti e poi Tronchetti Provera e che dichiara ai quattro venti, fiero come un conquistatore, «i miei ragazzi hanno ridato dignità al campionato». È proprio così ed è ancora più istruttivo segnalare il sorriso abbagliante dei due “capataz” interisti che fanno dimenticare le cattiverie gratuite di Ignazio La Russa rivolte ai toscani e al loro dignitoso addio alla serie A.
È una boccata d’aria pura quella che si respira anche a Verona dove il Chievo, sotto di due gol all’intervallo contro la Roma, non se ne dà per inteso e anzi carica deciso a caccia di un sigillo che possa riaprire la sfida scudetto con altri minuti di brivido purissimo. È una partita vera, come si dice in circostanze del genere, quella che il popolo doriano ha sotto gli occhi prima di raggiungere la Champions, vissuta come una conquista epocale. Mai più giocato in quel torneo dopo la finalissima di Wembley, con lo “scaldabagno” di Ronald Koeman capace di piegare le mani protese di Pagliuca durante i supplementari. Il Napoli ha qualche motivo autentico (Mazzarri in panchina, ex col dente avvelenato) per non cedere il passo e per meritarsi il rispetto della comunità calcistica nazionale: Quagliarella mette alla prova la resistenza e la tenuta di Storari per far capire che non fa flanella la sua squadra.
Persino a Bergamo, dove l’Atalanta ha sulle spalle la feroce contestazione dei suoi tifosi, il Palermo deve sudare per tutto il pomeriggio prima di trovare, sui titoli di coda, il gol del 2 a 1, un rigore neanche doc, fischiato per un mani involontario di Bianco. Abete, il presidente federale, può gioire: il calcio italiano non è solo Lazio-Inter di quella maledetta domenica ma anche altro, molto altro. E in particolare è anche quello che si vede in mezza serie A prima che risuoni il gong del rompete le righe.
Non è un caso che insieme agli abbracci di Siena, ci siano i fuochi d’artificio per due bomber di razza che infiammano la passione e le attese di Inter e Samp. Diego Milito è il fuoriclasse arrivato in punta di piedi ad Appiano Gentile a miracolo mostrare: dimenticato Ibrahimovic, stregato Armando Maradona il ct d’Argentina che lascia a casa quel mastino di Cambiasso. Gianpaolo Pazzini è il toscanaccio che regala gli squilli fondamentali per la stagione della Samp: uno contro il Milan, nel finale, due alla Roma, con cui sottrae lo scudetto a Ranieri, uno, l’ultimo, ieri, di testa, al Napoli, piegato e mai domato. È anche lui nel giro azzurro di Lippi e forse la sua partenza per il Sudafrica può far dimenticare quello che sembra un vero e proprio atto di superbia da parte di Marcello Lippi.
Già, basta seguire come si comporta Balotelli quando ad altri protagonisti collaudati le gambe fanno giacomo giacomo, per comprendere la forza dirompente di questo ragazzone di 20 anni, col tricolore sulle spalle (capito, gente?), che porta a spasso per il prato di Siena la sua felicità e il suo legame con la famiglia rimasta a Brescia, «papà, mamma e i miei fratelli», i Balotelli insomma, a cui dedica lo scudetto e nel frattempo non fa una piega immaginando di giocare anche sabato sera a Madrid, nella finale di Champions. Lui affronta questa sfida come se giocasse con gli amici all’oratorio. È questa la sua forza. E viene il magone a vedere che uno così, magari splendidamente incosciente, non possa appartenere a una Nazionale che ha qualche santo protettore, Buffon, e tanti, troppi vecchi guerrieri.

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