«L’Università di Bergamo ha presentato una ricerca sul sistema valoriale di adolescenti e giovani. Secondo me c’è da riflettere e da entrare in confessionale. Innanzitutto i dati fanno molto riflettere. Sono stati interpellati circa 40.000 studenti delle scuole superiori. Le risposte sono state 6.000. Il 56% dichiara «vedo positivamente il mio futuro». Alla seguente domanda su quali siano i temi di attualità più rilevanti, però, ci sono le guerre (48%), i femminicidi (25%), la criminalità (24%). Guardando alla società si rileva che i luoghi più frequentati dai ragazzi sono la strada (52%), l’oratorio (39%), il centro commerciale (36%), mentre si ha paura in stazione (33%), nei parchi (14%), alla fermata dell’autobus (14%). Arriva poi il nodo cruciale, il quesito «i valori: che cosa mi fa battere il cuore?». In testa, con il 62,91%, c’è il denaro; al secondo posto c’è la geo-politica - con la preoccupazione della situazione internazionale complessa - con il 14,69%; al terzo posto invece con il 9,14% c’è «indossare abiti costosi è molto importante». La religione come si posiziona? Per l’83,5% è per nulla o poco importante, mentre solo per il 5,8% è importante o molto importante. Il dato si fa ancora più interessante nel rilevare che lo 0,8% corrisponde agli italiani e il 5% agli stranieri. C’è un’altra parte del sondaggio che mi ha colpito. Si chiede: «Se avessi la possibilità di guadagnare tanti soldi compiendo un atto illecito (con la certezza di non venire scoperto/a) lo faresti?». Risposte: «Sì, senza dubbio» il 18,91%; «Sì, ma solo se l’atto da compiere non è tanto grave» il 36,22%, «No, bisogna sempre rispettare la legge» il 31,69%. Vorrei capire quale è il criterio per definire cosa è il «non tanto grave», con un margine di soggettività allucinante e preoccupante, ma soprattutto ciò che mi colpisce è che di fatto è il 55,13% che dice «sì» alla possibilità di compiere un illecito per guadagnare, se c’è la sicurezza di farla franca. Qui secondo me non c’è solo da riflettere ma anche da entrare in confessionale. Ho letto una riflessione postata da un insegnante, Antonio Mancinelli. La faccio mia, rielaborandola. Parla dei ragazzi e dei giovani, ma interpella noi adulti. «Vedo i miei studenti entrare in aula con l’aria di chi ha perso qualcosa, ma non sa bene cosa. Non pregano più, è evidente. Però praticano moltissimo: prima di una prova eseguono ritualità scaramantiche, mischiando di tutto, Dio e social. È facile accusarli di infantilismo digitale. Questi atteggiamenti però sono sintomi: nascono dalla paura, paura di fallire, di non essere all’altezza, di vivere in un mondo che promette tutto e non garantisce niente. Quando le istituzioni smettono di parlare, quando la religione diventa un reperto museale, quando la famiglia va in concorrenza con altri stimoli, il sacro diventa tascabile, il mistero dura 30 secondi, ma dice di un cuore stanco, confuso, affamato che chiede di essere rassicurato e che ha bisogno di stampelle simboliche in un tempo che non offre appoggi. La domanda vera però è un’altra, più scomoda: se i giovani cercano la magia sui social è perché non trovano nulla in noi adulti? Cosa non siamo
stati capaci di trasmettere loro? E soprattutto, siamo sicuri che il problema siano i cellulari e non piuttosto il vuoto che cercano di riempire?». Facile dire «i giovani non hanno valori, ideali, religiosità » ma siamo così sicuri che glieli abbiamo dati? C’è differenza tra il «li hanno persi» e il «non li hanno avuti» forse a causa di una comodità mediocre a cui noi adulti abbiamo dato troppa importanza. Se però in coscienza li abbiamo donati allora possiamo stare tranquilli - ne sono convintissimo - che prima o poi saltano fuori, sono solo nascosti sotto cataste di sollecitazioni. Più di 50 anni fa, il Santo Papa Paolo VI, scriveva nell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». Un concetto di straordinaria attualità. Giovani e ragazzi sotto sotto hanno tanta fame di senso e sete di verità per questo guardano più ai fatti che alle parole. Le risposte le possono trovare nell’intelligenza artificiale e il riscontro che avranno sarà sicuramente migliore per contenuto e per forma a quanto avremmo potuto dire noi.
Una «intelligenza artificiale» non riuscirà mai a dare però la «saggezza autentica» dell’esperienza che è un attributo gelosamente umano che si può dimostrare solo a pelle. Non è mai troppo tardi per fare da adulti questo dono alle giovani generazioni.