Una lista arida di peccati, quasi come quella della spesa al supermercato. Bip, bip, bip... «In totale sono un Padre Nostro, due Ave Maria, tre Gloria». Tale è la percezione che spesso si ha del confessionale. Ci sarebbe un lungo discorso da fare circa la responsabilità dei preti nel formare alla comprensione profonda delle dinamiche di questa grande opportunità di autocoscienza (al di là della grazia del sacramento per chi ha fede) che spesso invece purtroppo viene banalizzata, sprecata, non colta. Lo stesso peso però ha la disponibilità con cui il singolo si pone: l'elenco è molto meno implicante e quindi più comodo rispetto ad un mettersi in questione con un'analisi serenamente schietta della realtà, chiamando le cose con il loro nome e guardando in faccia a errori, limiti, mancanze, omissioni ma anche possibilità. Da prete nel confessionale sono abituato ai listini blindati, tanto che di alcune persone - apprezzabili per una frequenza regolare più o meno ampia - ne conosco quasi a memoria la successione dei dettagli. Ci sono però momenti di squarcio di panorami meravigliosi di cuori che si spalancano pur nella difficoltà del sentirsi smarriti o a partire dalle fragilità di ciascuno e dai limiti delle circostanze. Succede anche di trovare un'acutezza che sa descrivere una situazione con tocchi fantasiosi e persino ironici capace con un flash di smuovere nel profondo.
Mi piace ricordare un tale che stava vivendo un periodo di delusione verso promesse non mantenute, con quella sorta di rabbia mista a amarezza per aver creduto in una parola data poi mai avverata: «Mi hanno promesso mari e monti e mi sono trovato in mano un atlante da sfogliare. E il peccato non sta in loro ma in me che continuo a far girar le pagine». Il peccato che confessava era un risentimento non tanto e solo verso queste persone, ma soprattutto verso se stesso per essersi fatto prendere in giro. I sentimenti negativi però si trasformavano in domanda valoriale su quanto e fin dove si debba spingere il senso del dovere per restare in una situazione nella quale lui era fedele a quanto concordato, attendendo una soluzione, mentre dall'altra parte c'era un muro di gomma che faceva rimbalzare silenziosamente le sue diverse sollecitazioni. Con una sola pennellata era riuscito a esprimere la complessità e continuava: Cosa è l'atlante? A chi mi riferisco? Penso alle relazioni, alle amicizie, al lavoro, a coloro di cui mi ero fidato, a cui mi ero affidato, con cui pensavo di essere affezionato, da cui credevo di essere stimato. Loro se ne stanno tranquilli perché mari e monti comunque c'erano: disegnati. Ti abbiamo dato questo, cosa vuoi di più! Accontentati! Credo che pensino di me: non era quello che ti aspettavi, sei tu che hai frainteso! Io invece ho visto la mia pia illusione svanire, lasciandomi picchiare la testa contro una realtà diversa da quella per la quale il mio cuore aveva palpitato e che le mie mani avevano plasmato». Così concludeva: «Cogito ergo sum, penso dunque sono, coscientizzo quindi prendo in mano la mia vita, diceva Cartesio come mi hanno insegnato al Liceo. Sono giunto
a una maturazione di questo: mi ribello, dunque sono». A questo punto in confessionale il prete si trova a volte in scacco: «Adesso cosa gli dico? Cosa gli rispondo?». La sua voglia di ribellarsi mi ha fatto tornare alla mente e al cuore il fattore Attila. «Dove passa Attila non cresce più l'erba» si dice del celeberrimo re degli Unni, l'avversario più irriducibile dell'Impero Romano, simbolo dei combattenti di tutta la storia, «il flagello di Dio», capace di radere al suolo chi e cosa volesse intralciare il suo cammino. Come muore Attila? Di indigestione. Alla fine, il suo vero nemico, quello più feroce, è stato lui stesso. Ribellarsi può acquistare allora un volto nuovo e positivo, pensando fantasiosamente che «ri-bello» possa significare anche «ritornare al bello». Ci si ribella quando una situazione è negativa e brutta, quindi quando si desidera che possa tornare al bello, possa esserci la possibilità di ri-bellarsi. Non è fare guerra, perché alla fine è sempre un boomerang che rode se stessi, ma è la scelta di sentirsi ri-belli, di nuovo belli, liberi e liberati. Insegnava Italo Calvino: «Prendere la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità».
Curioso che in inglese «light» significhi leggero e luce. Proprio quella chiarezza che fa scoprire mare e monti dentro e intorno a ciascuno, senza aspettarseli da nessuno, senza il rischio quindi di trovarsi in mano un atlante.