SOLDATI All’osteria con Brera, Clerici e «il Maresciallo»

Ad Orbetello c’è un negozio che con una punta di snobismo si offre ai clienti come «libreria scolastica». Al banco della cassa ci sono i diari, le penne e i quaderni; e in vetrina s’accende un mappamondo che invera la suggestione per cui ogni nazione è il colore che i cartografi gli hanno assegnato; così la Cina è gialla, il Brasile è verde e via di seguito. In Vita di Pasolini, Enzo Siciliano ricorda come il piccolo Pier Paolo «si inebriava dei colori reticolati nell’Atlante geografico, e su esso compiva meravigliosi viaggi immaginari».
I miei viaggi immaginari quest’estate li ho compiuti lungo le rotte dei libri di Mario Soldati. Ogni tre-quattro giorni, al mattino presto, aspettavo che aprisse la libreria e una volta entrato indugiavo un po’ davanti al reparto delle novità, ma poi qualcosa mi attraeva inesorabilmente verso un corridoio male illuminato, dove nel primo ripiano in basso di uno scaffale, tra Salgari e Tozzi, ecco che apparivano le costole dei libri di Soldati. Li ho qui davanti, adesso: sono otto, e per una sorta di misteriosa perversione li ho acquistati uno alla volta, ripetendo quel rituale mattutino.
Per un mese non ho parlato d’altro, tentando di fare proseliti. Un mattino, in libreria, vedo entrare Renata Colorni, la direttrice dei Meridiani Mondadori. Prendiamo a chiacchierare del più e del meno, e intanto ci controlliamo discretamente i rispettivi acquisti. «Cos’hai comprato?», mi fa, mentre porge al commesso una copia della Trilogia della città di K. Le faccio vedere Cinematografo, il volumetto soldatino della Sellerio con il disegno di copertina tratto da un numero di Cinemondo degli anni Venti; e inevitabilmente inizio a tessere le lodi del mio nuovo mito letterario, come un mercante levantino farebbe coi suoi tappeti di Bagdad. Il fatto che Renata, nell’ordine: sia la più forte lettrice vivente, stia per pubblicare sui Meridiani l’opera omnia di Soldati in tre volumi; e l’abbia probabilmente conosciuto... tutto questo non riesce a fermarmi; e i miei peana devono essere così ingenui da risultare addirittura convincenti, la passione che si cela dietro certi miei balbettii - «è un gigante», «strepitoso», «non credevo» - così genuina, che Renata ha già sguinzagliato il commesso alla ricerca de L’attore, Lo specchio inclinato e La giacca verde, tutti libri che già possiede e ha già letto (e poi ci sono i tre Meridiani in preparazione!). Credo l’abbia fatto solo per compiacermi - una sorta di premio al mio entusiasmo -, eppure da quel suo gesto traggo una soddisfazione quasi primitiva: altre tre copie di Soldati sono state comunque vendute, e il libraio, controllando i movimenti degli ultimi trenta giorni, crederà forse che sia iniziata una nuova, misteriosa moda di ritorno; magari Dan Brown ha citato il maresciallo Arnaudi nel suo ultimo cosmic-seller...
Il fatto è che quando m’innamoro di uno scrittore tendo a ripensare il mondo così come sospetto lo penserebbe lui. E dunque, in qualche modo, quest’estate posso dire di essere stato Soldati. Qualche sera fa, ero a cena con Alessandro Piperno, un altro che si fa vampirizzare dai suoi miti letterari. Sono state due ore in cui s’è sfiorato il surrealismo: lui parlava solo di Nabokov, ed io solo di Soldati. Se c’avesse visti Roland Barthes avrebbe ammesso che la storia della «morte dell’Autore» è una stronzata. La verità è che la biografia di uno scrittore, per quanto uno tenti di eliminarla per esaminare criticamente un’opera, rimane a questa aggrappata con gli artigli. Intendiamoci, a me non interessano le abitudini gastronomiche o la cartella clinica di Mario Soldati, ma il ritratto di Soldati che scaturisce da ciò che ha scritto: un iper-Soldati, e dunque lui al suo meglio.
Il primo di quegli otto libri che ho comprato ad Orbetello è stato La giacca verde; e già a partire dal risvolto mi s’è stretto il cuore, perché veniva riportato un giudizio di Enzo Siciliano - il mio compianto direttore di Nuovi Argomenti - secondo cui quel racconto è «da considerare uno dei momenti obbligati della narrativa italiana del secolo». Un segno del destino? A Soldati, pochi giorni prima, m’aveva avviato Raffaele Manica, una delle anime della rivista di cui Enzo è stato protagonista per quarant’anni, dapprima come segretario di redazione (nominato da Moravia) e poi come direttore, fino alla sua morte, avvenuta lo scorso giugno.
Non è stata l’unica coincidenza. In uno dei Racconti del Maresciallo, Soldati immagina di cenare col maresciallo Arnaudi in un piccolo ristorante a Castelletto, sulla riva piemontese del Ticino, «dove - dice - mi portò la prima volta Gianni Clerici». Ora, io non sapevo che Soldati e Clerici fossero amici; ma ciò che più conta per me è che un mattino di tre mesi fa ero a Roma quando mi chiama Mario Desiati, il segretario di redazione di Nuovi Argomenti: «Che fai a pranzo?», mi chiede. Gli dico che ho da fare. E lui: «C’è qui in redazione una persona che vorrebbe invitarti al ristorante per fare quattro chiacchiere. Ma non posso dirti chi è». Vinto dalla mia insistente curiosità, a un certo punto Mario passa la cornetta al misterioso ospite e sento una voce - una voce che riconosco subito per averla ascoltata milioni di volte da Wimbledon, da Flashing Meadow, dal Roland Garros - che mi dice: «Mi sono state pagate giusto oggi certe mie telecronache, e ho pensato che il miglior modo di spendere il mio emolumento potrebbe essere quello di offrire un buon pasto a due giovani scrittori».
Mi sono precipitato. Per un appassionato di tennis l’invito era irresistibile. Ancora oggi ricordo il giubilo mal trattenuto di Clerici durante la prima delle due epiche finali tra Borg e McEnroe a Wimbledon ogni volta che il moccioso americano stordiva l’ottuso svedese traendo miracoli balistici dal suo genio e da una racchetta con le corde tese a 18. E non credo ci sia un modo più efficace di descrivere un pallonetto malriuscito che paragonarlo, come ha fatto Clerici, «a uno dei soufflé sgonfi che ogni tanto prepara mia moglie». Leggendo ogni tanto i suoi articoli su la Repubblica avevo sempre pensato che quell’uomo fosse un ottimo scrittore. Ma solo quando pubblicammo un suo racconto su Nuovi Argomenti apprezzai appieno il suo talento. Era la storia di un cronista sportivo inviato a Santiago del Cile per assistere alla finale della Coppa Davis, ma che si perde il trionfo delll’Italia di Panatta per essersi attardato in un bordello.
Dunque, il pranzo. Ottimo e condito dalla verve irresistibile di Clerici, che ci racconta di certe serate con Ilie Nastase, della sua ammirazione feticista per il ginocchio destro di Serena Williams e di due testi teatrali da lui scritti assieme a Gianni Brera. «Mai rappresentati», dice con un sorriso. Al conto, Desiati mette in scena la sua solita routine del «dove ho messo il portafogli». Io, semplicemente, ringrazio, e Clerici si schermisce: «È un piacere per me fare quattro chiacchiere con i nuovi rampolli delle patrie lettere. I miei amici scrittori, ahimè, sono tutti morti».
Ecco, a ripensarci oggi, nella mia era d.S. (intesa come «dopo Soldati»), quella battuta di commiato si colora fino a ridarmi un quadretto irresistibile: Clerici, Brera e Soldati attorno al tavolo di un’osteria lombarda. Non chiedetemi perché, ma se potessi scegliere tra quella comitiva e un aperitivo da Rosati assieme a Pasolini, Flaiano e Pannunzio, sono sicuro che prenderei il primo treno per Milano.
(2/Fine. La prima puntata
è stata pubblicata il 14 settembre)