Solo così il federalismo è utile a tutti

Nella tempesta finanziaria di questi giorni non può sorprendere che si torni a mettere in discussione l’ipotesi della riforma federale: e in primo luogo il completamento della «legge Calderoli», che ancora attende i decreti attuativi. Ma tra quanti si oppongono bisogna distinguere due gruppi di persone.
C’è infatti chi è contrario tout court, forse perché non ha compreso i vantaggi di un ordinamento che accresca i poteri di sindaci e governatori. L’idea che obbligare i Comuni a mantenersi con proprie imposte, ad esempio, crei una competizione tra governi locali, e che questa competizione porti a servizi migliori e a costi inferiori fatica a entrare nella testa di molti. Si pensa che il federalismo rappresenti quello che fu, nel 1970, la nascita delle Regioni: ossia un semplice aumento dei dipendenti pubblici, della spesa clientelare, degli appalti.
Una domanda bisogna porsela, però. Molti non hanno capito perché sono duri di comprendonio, o perché quanto è in cantiere rischia di avere ben poco di federale? Se infatti i tributi non saranno manovrabili - e cioè se non saranno diversi tra Monza e Milano, tra Napoli e Portici - e se per giunta ogni livello di governo dovrà finanziarsi con tributi fissati a Roma (i Comuni tassando la casa, le Province l’automobile ecc.), effettivamente di federalismo e concorrenza fiscale non se ne vedrà. Non è detto, insomma, che gli scettici sbaglino del tutto.
Ma c’è anche chi teme una riforma federale affrettata pur essendo consapevole che si tratti di una scelta opportuna. Intervistato dal Fatto quotidiano, l’economista Tito Boeri invita a rinviare a tempi migliori la pur opportuna riforma, nel timore che essa faccia schizzare verso l'alto il rendimento dei nostri titoli di Stato.
L’osservazione è opportuna, dato che fino ad ora si è parlato di «autonomia» sempre in un solo senso: prospettando più risorse e più libertà di movimento per gli enti locali, ma senza chiarire quale grado di responsabilità sarà loro attribuito. Chi mette in guardia di fronte a un federalismo fiscale qualsivoglia ha dunque ragione. E in particolare sarebbe catastrofico un federalismo «solidale» e di spesa, che non obblighi Comuni e Regioni a farsi carico delle conseguenze delle proprie scelte.
Fino a ieri si è pensato che, in ragione delle resistenze rappresentate dal ceto politico meridionale, l’unico federalismo possibile sia spendaccione e all’acqua di rose. Con la Lombardia e il Veneto che tengono una quota maggiore di quanto oggi danno allo Stato, e il Mezzogiorno che continua a ricevere lo stesso denaro. Ma adesso, dopo la crisi greca, questo non si può fare.
È quindi chiaro che se non si realizza un federalismo competitivo e responsabilizzante, è opportuno lasciare le cose come stanno, perché il rischio è che si aprano mille rubinetti fuori controllo. Facendo sprofondare l’intera Italia - Padania inclusa - nelle acque del Mediterraneo.
Proporre un federalismo competitivo non significa pretendere la cancellazione di ogni perequazione: tanto più che mancano le condizioni, sia politiche che sociali, perché lo si possa fare. Il discorso è un altro.
Quello che va fatto è definire con precisione le modalità e l'entità del trasferimento territoriale (quanto denaro il Nord deve mandare al Sud, perché è di questo che si parla) e poi dare piena autonomia - nel bene e nel male - agli enti territoriali. Nessuno chiede di annullare da un giorno all'altro l'onere che grava sui ceti produttivi settentrionali, ma è indispensabile che esso sia chiaramente definito. In particolare, bisogna che lo Stato smetta di ripianare a pie’ di lista gli sfaceli compiuti dalle amministrazioni. Nell'ultimo anno quello che viene presentato come il governo più «nordista» della storia italiana ha destinato finanziamenti straordinari di 500 milioni al Comune di Roma, di 140 milioni a Catania, di 80 milioni all’Amia di Palermo, e via dicendo.
Se nel processo di unificazione dell’Europa si è deciso d’intervenire a sostegno della Grecia (pronti a fare lo stesso con Portogallo e Spagna), in un autentico processo di «federalizzazione» bisogna dirigersi in direzione opposta: abolendo ogni forma di intervento speciale e salvataggio. La città di Roma possiede partecipazioni azionarie importanti, immobili e altri capitali: quando avrà di nuovo problemi da lì dovrà attingere per rimediare, senza gravare sulla finanza generale.
Vanno insomma stabilite regole chiare e che attribuiscano la massima responsabilità agli amministratori, ma soprattutto va inaugurato uno stile nuovo. Perché sono i fatti concreti (law in action) che delineano l’ordinamento nella sua effettività, ben al di là delle stesse leggi scritte (law in book).
In questo senso un’occasione importante viene dal cosiddetto «federalismo demaniale», che va ripensato. Non già perché sia sbagliato attribuire ai Comuni le caserme piene di erbacce che oggi lo Stato lascia marcire, ma perché quei beni fanno parte di un capitale complessivo che è bene impiegare per ridurre il debito pubblico. Non vanno insomma regalati ai Comuni, ma vanno loro proposti in vendita - al limite anche a condizioni di vantaggio - per abbattere l’indebitamento complessivo e, di conseguenza, far diminuire il deficit.
È poi indispensabile che nel negoziato tra Lega e Pdl qualcuno abbia il buon senso di ricordare che il federalismo è una cosa seria, ma le Province non lo sono per nulla. Questa sarà un po’ la cartina di tornasole dell’intera vicenda, perché solo l’abolizione di questi 100 e più enti inutili dimostrerebbe che si vuol fare sul serio (tanto più che ai Comuni resterebbe la facoltà, già ora prevista, di coordinarsi come meglio vogliono per dar vita a consorzi o altro, se questo può essere necessario per dare risposte adeguate ai cittadini).
Un federalismo «dimezzato», insomma, distruggerebbe l’economia. Mentre un federalismo autentico potrebbe aiutarci a superare le maggiori difficoltà.

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