Soltanto l’occhio della mente è capace di guardare se stesso

Non avevo mai capito perché Oliver Sacks, che scrive libri estremamente belli ma per niente consolatori, avesse tanto successo di pubblico, sempre così bisognoso di consolazioni. Se non quando mi è successo di incontrare qualche lettore sacksoniano e scoprire che l’autore inglese è spesso recepito come un narratore spirituale, come se fosse Herman Hesse, confermando la regola che in sostanza si scrive per essere fraintesi. A cominciare dall’equivoco umanistico tra mente e cervello. Invece, tanto per cominciare, a differenza di James Hillman, ma soprattutto della maggior parte degli attardati letterati neoplatonici fuori tempo massimo, Sacks non userebbe mai parole equivoche come “anima”. Come non la userebbero mai filosofi della mente come Daniel Dennett o Thomas Metzinger.
Nell’ultimo ultimo saggio di Sacks, intitolato L’occhio della mente e puntualmente pubblicato da Adelphi (pagg. 288, euro 19), si susseguono altri splendori e miseri del cervello umano, e senza mai uscire da una narrazione intrigante perché determinista, rigorosamente evoluzionista, l’unica possibile se si è interessati ad approfondire la verità. L’occhio della mente di cui parla Sacks non è scambiare con il terzo occhio del chakra, illuminazioni nirvaniche, transverberazioni ecclesiali o altre insalate mistiche da mercatino delle pulci spirituali.
Al contrario, in tempi in cui si parla tanto di realismo ma si ragiona ancora secondo credenze medievali, Sacks ci racconta come la realtà che vediamo non la vediamo con gli occhi ma attraverso un complesso sistema di milioni di neuroni localizzati nella corteccia inferotemporale, risultato di centinaia di milioni di anni adattamento. Inclusi i tanti “exaptation” avvenuti all'interno del cervello, il ridispiegamento della funzione di un organo secondo un concetto preso a prestito da Stephen Jay Gould (che oltre a essere un grande paleontologo fu un grande amico di Sacks).
Si stenta a crederci ma la stessa visione del mondo esterno, la percezione dello spazio, delle forme, dei colori, è una vera e propria ricostruzione computerizzata del cervello, un modello tridimensionale molto complesso e soggetto a mille guasti. Basta perdere un occhio per perdere la visione stereoscopica, e vedere il mondo in due dimensioni.
Eppure quante volte si sente ripetere il luogo comune che il corpo è una macchina perfetta, e purtroppo gli umanisti sono ancora fermi al dualismo religioso del Seicento, ancora oggi nelle terze pagine oltre Cartesio non si va. Di certo il corpo è una macchina, e la coscienza umana non esiste senza il cervello, ma solo nella malattia e nella morte ci viene restituita tutta la nostra fragilità e identità più profonda.
Anche per questa ragione le storie di Sacks sono letterariamente importanti, perché la condizione umana per eccellenza è proprio la malattia: «gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia». Cogito ergo sum ma basta un ictus o un Alzheimer o una minima lesione corticale perché la bella anima immortale delle anime belle vada a farsi friggere. D’altra parte nei secoli passati non c’erano né PET né TAC né risonanze magnetiche né tomografie computerizzate, e si poteva ancora star lì a cercare sezionare ghiandole pineali in cerca di eternità.
Ecco perché l’unica nostra concreta speranza di specie è il progresso scientifico, mentre i casi clinici narrati di Sacks, dal famoso uomo che scambiò sua moglie per un cappello alla storia della signora Lilian Kalir, che perde la capacità cognitiva di riconoscere gli oggetti, diventano emblematici come i personaggi estremi di Samuel Beckett, biografie di menomazione e lotta con il quotidiano che mettono in evidenza il teatro dell’assurdo della vita e di ciò che spesso, nella vita, diamo troppo per scontato.
Chi è affetto di alessìa può perdere la capacità di leggere ma non di distinguere le singole lettere. Nell’agnosia visiva diventa impossibile riconoscere perfino gli oggetti più familiari come un cucchiaio o una tazza e, nei casi più gravi, ci si può perdere perfino a casa propria, tra la cucina e il bagno. Lo stesso Sacks è affetto sia da agnosia visiva che da prosopagnosia, una malattia corticale, congenita o acquisita, degenerativa o genetica, che impedisce di riconoscere i volti delle persone. Ma la capacità di riconoscere i volti delle persone può essere anche culturale: per un cinese le facce di noi occidentali sembrano tutte uguali, come a noi quelle dei cinesi.
Io, tuttavia, che al momento sono affetto solo da me stesso e da mille ipocondrie, da quando ho studiato la prosopagnosia e malattie cerebrali come la PCA, la uso come scusa per non vedere le persone con cui non voglio parlare. E forse, volendo fare il furbi, è un altro segreto del successo dei libri di Sacks. Insomma, talvolta perfino se non si è malati scambiare la propria moglie per un cappello può essere un ottimo espediente per liberarsene.

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