Sotto accusa 12 banchieri Processo in vista per la truffa dei derivati

Titolo: la grande truffa dei derivati. Protagonisti: dodici banchieri, quattro grandi banche, un dirigente del Comune di Milano, un consulente della Giunta municipale. Sono questi gli indagati per i quali il sostituto procuratore Alfredo Robledo ritiene che le prove raccolte siano sufficienti per portarli a giudizio. Vittima della truffa, il Comune di Milano cui tra il 2005 ed il 2007 vennero fatti sottoscrivere accordi di finanziamento che si sarebbero tradotti in un danno di oltre cento milioni per le casse di Palazzo Marino.
Ieri, in una City ormai sull’orlo della chiusura per ferie, la Guardia di finanza recapita gli avvisi firmati da Robledo che annunciano la fine delle indagini preliminari. L’accusa per tutti è di truffa aggravata. Tra i destinatari, l’uomo che all’interno della macchina amministrativa del Comune è accusato di avere fatto da sponda agli interessi delle banche: Giorgio Porta, 73 anni, all’epoca direttore generale del Comune. Secondo la Procura furono Porta e il consulente Mauro Mauri («nella sua qualità di esperto esterno componente la commissione preposta alla valutazione delle condizioni finali del prestito obbligazionario per la ristrutturazione del debito del Comune di Milano») a spianare la strada all’operazione: «avendo il Porta organizzato, controllato e coordinato l’operazione» e «avendo il Mauri, in sede di Commissione nonchè in sede di avanzamento della proposta, omettendo ogni verifica al riguardo, confermato le indicazioni provenienti dalle banche»
La regia dell’imbroglio stava in quattro grandi banche di quattro nazioni diverse: gli americani di Jp Morgan, gli svizzeri di Ubs, i tedeschi di Deutsche, gli irlandesi di Depfa. Erano le banche «arranger», quelle incaricate di ristrutturare il debito del Comune secondo i criteri della finanza moderna, e che invece in sei occasioni ingannarono deliberatamente il Comune. Si tratta di un inganno che doveva essere in qualche modo premeditato fin dall’inizio, da quando gli istituti di credito chiesero e ottennero di stipulare con Palazzo Marino accordi regolati non dalla normativa nostrana ma da quella britannica, al riparo dal controllo di Bankitalia e dalla giustizia civile italiana. Ma la svolta decisiva avvenne quando le banche - violando la stessa normativa del Regno Unito - omisero di comunicare al Comune che stanno trattando con esso come una «controparte professionale», togliendogli così tutte le protezioni previste a favore dei clienti ordinari. Questa mutazione del rapporto per essere valida doveva essere sottoscritta da Palazzo Marino: ma era una condizione che il Comune mai avrebbe potuto accettare.
In questo modo le banche arranger ebbero mano libera nelle alchimie finanziarie che si tradussero in un «bidone» difficile da quantificare, ma che la Procura calcola poco sopra i cento milioni. Ora anche i quattro istituti finiranno sul banco degli imputati. Ma insieme a loro dovrebbe essere imputata una stagione - quella della finanza creativa - che travolse le regole dell’oculatezza se non del buon senso.

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