Addio "global history", la storia è delle nazioni

A spiegare meglio lo sviluppo della civiltà oggi è l'"interconnessione" tra aree lontane e diverse

Addio "global history", la storia è delle nazioni

Quanto hanno esultato progressisti e globalisti per la vittoria di Biden. Come se un successo politico di misura indicasse che lo spirito del mondo, a cui i progressisti credono avendo dimenticato Dio, spinga di nuovo verso la fine della Storia, l'umanità globale unita e affratellata, mano nella mano, vero il regno secolare in cui tutti saremo più buoni e magari pure più belli. Think again!, per usare la lingua più amata dai globalisti, non l'inglese di Henry James ma il globish.

La crisi della globalizzazione e della sua ideologia, il globalismo, è in realtà conclamata e visibile, persino negli aspetti più reconditi dell'alta cultura, per così dire, come la storiografia accademica. Dal crollo del Muro di Berlino ma soprattutto negli ultimi anni, la moda della storia globale, o «global history» come amano dire i provinciali, aveva invaso le università e i nostri accademici italiani, sempre pronti ad agganciarsi alle ultime fashion, avevano dimesso una gloriosa tradizione di Croce, Volpe, Chabod e Romeo ma anche del gramscismo, per seguire studi che, francamente, anche nei loro esponenti migliori, ci sono sempre apparsi dei centoni di informazioni e di comparazioni tra realtà mondiali diversissime tra loro - in cui la sola tesi ripetuta consisteva nel ribadire che non era stata solo l'Europa a costruire la storia del mondo. Capirai, come se tutti gli storici fossero, prima dell'arrivo dei globalisti, rimasti ai tempi in cui Hegel parlava di «popoli senza storia» per riferirsi a quelli extra europei. Soprattutto gli storici globalisti avevano in cruccio la nazione: qualcosa secondo loro di mai esistito, di artefatto, di artificiale, di «inventato», una specie di grandiosa illusione in cui erano cascati per secoli gente forse un po' più dotata di loro come Hegel o, per restare alla storiografia, Leopold von Ranke e Jules Michelet. La «nuova» Storia doveva essere globale, mondiale, post nazionale. Peccato che la Storia, almeno quella dei secoli dal Medioevo in poi, e almeno per l'occidente, sia una storia di nazioni (e di individui, ma questo aprirebbe un altro discorso).

E ad ammetterlo, che la storiografia globale ha fallito nel farci conoscere la storia dello stesso mondo che voleva raccontare, è uno dei maestri di quella tendenza, Sanjay Subrahmanyam. Intervistato di recente da Le Figaro, egli prende le distanze dai discorso decostruzionista e anche dalla demonizzazione del colonialismo e degli imperi europei. Subrahmanyam non entra nella questione se essi abbiano esercitato un ruolo positivo, come non entra nella contabilità delle atrocità e dei massacri, che pure vi sono stati. Non convince lo storico indiano neppure l'approccio puramente distruttivo della storiografia anticolonialista e antiimperiale: una tendenza negativa, rivendicativa e in buona sostanza lamentosa e moralistica, che non permette di comprendere la specificità delle società sottomesse alla colonizzazione. Non siamo d'accordo con lui quando, nel suo recente libretto uscito in francese (Sanjay Subrahmanyam, Faut-il universale l'histoire?, Cnrs éditions) se la prende con il «nazionalismo metodologico», definito «egoistico»: ma egli è il primo a elencare le manchevolezze della storiografia globale, tanto da proporre di sostituire lo stesso termine con quello di «storia interconnessa».

Benissimo, ma cosa sono ad essere «interconnesse» tra loro? Prima di tutte le nazioni, almeno da qualche secolo in qua. E nessun grande classico della storiografia europea dall'Ottocento in poi si è mai fossilizzato sulla nazione concepita come entità chiusa. Hanno sempre fatto «storia interconnessa» senza saperlo, e per il caso italiano basti citare la tradizione italiana degli Chabod e dei Romeo, allevi entrambi di Gioacchino Volpe: nell'Italia in cammino e nell'Italia moderna di quest'ultimo, il crescere della nazione Italia è sempre il frutto di interconnessioni con realtà «esterne». Non cita Volpe perché probabilmente non lo conosce lo storico James Liversey ma nel suo libro Provincializing Global History. Money, Ideas, and Things in the Languedoc, 1680-1830 (Yale University Press) egli ci mostra come sia possibile costruire in maniera nuova il rapporto tra il locale e il globale tra la «nazione» Linguadoca e il mondo: «È nel contesto locale delle esperienze, le province o le regioni, che la norma della cultura globale svolge i suoi più importanti effetti. Il commercio globale si è sempre pensato attraverso le grandi città, ma per capire cosa significava vivere globalmente nel XVII secolo dobbiamo porre attenzione alla gente che magari non aveva mai lasciato il proprio villaggio ma che venne coinvolta dai nuovi costumi e dal cambiamento delle attitudini, adottandosi spontaneamente alle azioni esterne».

Studiare il villaggio, la regione, la nazione, vuole dire quindi ricostruire il mondo che in esso è comunque penetrato: non c'è quindi miglior modo di fare storia globale che di raccontare la storia della nazione.

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