Altenberg, un "concentrato" di vita da finis Austriae

I suoi ritratti, realizzati ai margini della società viennese, sono pieni di ironia e affetto per l'impero in decadenza

Pensi ai fasti austroungarici, ai sontuosi ricevimenti a corte, al ritmico moto ondoso dei valzer su cui volteggiavano le più belle Fräulein, alla granitica potenza dell'esercito «imperialregio», alla magnificenza dei palazzi di Vienna e Budapest, alla vastità di un universo che si estendeva dal Tirolo alla Transilvania, dalla Slesia fino alle isolette più meridionali della Dalmazia, dalle foreste impenetrabili della Boemia alle rive del «bel Danubio blu», dai colossali bastioni balcanici alle azzurre distese dell'Adriatico. Pensi a tutto questo, ma poi capisci che per gustare davvero, come una Sachertorte, la luce dorata del tramonto mitteleuropeo, devi rivolgerti a due omarini per nulla mondani, per nulla sberluccicanti di mostrine e medaglie, per nulla organici alla società dei tempi di Franz Joseph I von Österreich, alias Cecco Beppe.

Mentre il secondo dei due, Joseph Roth, nasceva nel 1894 in Ucraina, a Brody, città annessa alla Galizia, il primo, Peter Altenberg, era già un trentacinquenne che si sarebbe potuto definire fallito, se il verbo «fallire» fosse appartenuto al suo vocabolario: «ho amato ardentemente nobili e non nobili signore, ho bighellonato nei boschi, ho fatto il giurista senza studiar legge, il medico senza studiar medicina, il libraio senza vendere libri, l'amante senza sposarmi mai, e da ultimo il poeta senza scriver poesie!», confesserà a se stesso e alla buonanima del carissimo padre nel brano Autobiografia, incluso in una delle sue raccolte di pensieri, aforismi e schizzi, Ciò che mi porta il giorno, uscita nel 1901. Se Joseph Roth, morto nel 1939 a Parigi, da esule quale fu sin dalla nascita, dell'impero austroungarico conobbe molte facce e molti luoghi e ne vide non soltanto il tramonto, ma anche la seguente notte senza stelle, standosene seduto nell'angolo più appartato di un bistrot, fino all'alba di un giorno infausto, dominato dalla follia distruttiva di un pazzo e dall'ottusità di un'intera nazione, Peter Altenberg giocò la sua partita sempre in casa, nella «Giovane Vienna» di Karl Kraus, Gustav Mahler, Arthur Schnitzler, Gustav Klimt e Adolf Loos. Ma anch'egli, come Roth, rimase discosto e ai margini di una grande rappresentazione di cui fu osservatore e recensore fino all'ultimo respiro che esalò, malato e solo, l'8 gennaio 1919, tre mesi scarsi prima dell'annientamento ufficiale dell'impero di cui Carlo I, il successore di Cecco Beppe, fu il curatore fallimentare.

L'editoria italiana continua lodevolmente a coprire tutta la vasta produzione di Roth. Invece Altenberg, colpevolmente quasi lo ignora. Dunque la riproposta, sempre da Adelphi presso cui uscì nell'81, dell'antologia Favole della vita (pagg. 292, euro 22, ebook 10,99, a cura di Giuseppe Farese) è un buon motivo per rimetter piede in libreria, magari con lo stesso passo, leggero e circospetto, con cui il Nostro andava su e giù per il Graben. Tornando alla citazione di prima, prosegue così: «Sono infatti poesie le mie piccole cose?! Niente affatto. Sono estratti! Estratti di vita. La vita dell'anima, così come quella di ogni giorno, concentrata in due o tre pagine, liberata del superfluo come il manzo nella caldaia di Liebig! È affidata al lettore la facoltà di sciogliere di nuovo questi estratti con le proprie forze, trasformarli in brodo commestibile, farli ribollire nel proprio spirito, renderli insomma fluidi e digeribili. Ma ci sono stomaci intellettuali che non tollerano gli estratti. Tutto rimane lì, pesante e corrosivo. È gente che ha bisogno di brodo al 90 per cento, di molta acquosità. Con che cosa dovrebbero sciogliere gli estratti?! Forse con le proprie forze?!». Difficile trovare una metafora migliore (e più simpatica, bizzarra, di profilo più basso, alla faccia degli «intellettuali») per definire l'arte di Altenberg. Verrebbe da dire, «il dado è tratto».

La decisione irrevocabile a sua volta concentrata nella locuzione latina fu, per Peter Altenberg (pseudonimo di Richard Engländer, «Altenberg è infatti - nota Farese nell'Introduzione - il nome di un paesino sul Danubio nei pressi di Vienna e Peter il nomignolo di una ragazzina tredicenne, Bertha Lecher, che ivi abitava e della quale si era innamorato il giovane studente Engländer, ospite durante le vacanze presso la famiglia di lei») quella di... non far nulla, di lasciarsi vivere, contando sull'emolumento mensile versatogli dal fratello Georg, e di registrare in presa diretta la propria vita e quelle altrui, colte sulla base di un gesto, una parola, un cappello, una smorfia. Messi in soffitta codici e pandette e testi di anatomia, archiviata la parentesi da libraio a Stoccarda, dove si era trasferito al seguito di un amore presto evaporato, rimbalzando da un appartamentino all'altro, Peter sarebbe rimasto un'anonima goccia nel mare di quello che Stefan Zweig ha definito «il mondo di ieri» se un altro futuro campione austriaco delle lettere, Arthur Schnitzler, nel 1894 non ne avesse captato per caso il talento. Tramite Richard Beer-Hofmann, anch'egli scrittore, che aveva conosciuto Peter a un ballo, Schnitzler apprezzò alcune poesie in prosa del Nostro, e gli scrisse una lettera piena di elogi. Lettera cui Peter rispose, mostrando profonda riconoscenza e la consueta auto-arguzia: «Perciò sono e resto solo uno scrittore di campioni senza valore e la merce non sempre arriva. Sono così un piccolo specchietto, uno specchio da toilette, non uno specchio del mondo».

Due anni dopo, esce Il mio modo di vedere, prima di undici raccolte antologizzate nel volume adelphiano. Non deve ingannare la naturale levità del tratto con cui Altenberg descrive ragazzine pensierose, governanti ben più sagge dei loro padroni, madri assassine, aristocratici vanesi, cavalieri da operetta, e con loro una natura che percepiamo quasi fiera di posare per un finissimo ritrattista. Peter Altenberg dietro le carezze spesso nasconde gli schiaffi, anche se sono schiaffi fraterni o paterni, educativi, volti a spronare, a infondere consapevolezza, originati dal rammarico di chi avverte, in ciò che lo circonda e che pure ama profondamente come sempre si ama ciò che langue, i primi segnali della decadenza. È quella che si dice finis Austriae e lui, flâneur beone, compagno di tutti e amico di nessuno, vagabondo stanziale, l'ha colta prima di tutti e meglio di tutti.

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