Altro che razzista, il nuovo Zalone torna con un film "terzomondista"

L'atteso «Tolo Tolo» sembra girato da Papa Francesco. Il cameo di Vendola

Altro che razzista, il nuovo Zalone torna con un film "terzomondista"

Sembra girato da Papa Bergoglio Tolo Tolo, il più che atteso esordio alla regia di Checco Zalone (dal primo gennaio in oltre 1000 sale, con Medusa), qui mattatore assoluto: soggetto e sceneggiatura condivisi con Paolo Virzì, musiche originali sue (con Antonio Iammarino e Giuseppe Saponari) e sua l'interpretazione da protagonista. Del resto, è al Papa per primo che Luca Medici, nome anagrafico dell'ammazzasette del box-office, mostrerebbe il suo film. Dove i problemi dell'Africa nera e delle sue masse migranti vengono risolti con empatia, spirito d'accoglienza e buonumore. Porti aperti a Ong e barconi, dunque e un filo conduttore terzomondista per questa fiaba dal sapore politico che rovescia le aspettative, diciamo sovraniste, legate alla clip Immigrato, diffusa per battere l'acqua al film. Da furbo uomo di spettacolo, il comico pugliese prima ha suscitato polemiche intorno alla sua canzone, presa sul serio dai progressisti zelanti che gli hanno dato del razzista e prime firme scomodate sui giornaloni, per discettarne -, poi ha servito il suo lavoro sulla società multietnica. C'è un bambino bellissimo e nero, Doudou («Come il cane di Berlusconi»), al quale Checco, che l'ha scelto in Kenya, guardandolo negli occhi, insegna a nuotare («Tolo Tolo», dice il simpatico ragazzino, galleggiando in acqua da «solo solo»); una rifugiata affascinante, che pare una modella e fa perdere la testa al protagonista, indebitato fino al collo tra Irpef, Irap e quant'altre tasse inevase per milioni di euro. Ci sono i giornalisti politicamente corretti Chicco Mentana e Massimo Giletti, con i loro talk show e l'uomo politico Nichi Vendola, in diretta da un trullo. Ma c'è soprattutto lui, Checco, che se ne frega se in Africa, dove scappa per sfuggire al fisco, cadono le bombe: deve pensare ai fatti suoi, mentre intorno si crepa. L'ex-moglie, la mamma in lacrime, i numerosi parenti eredi del suo debito: meglio sarebbe estinguersi, gli dicono i salentini. Così «LUI», lo Stato, soprassiederà.

Per la prima volta in corsa da solo, senza il fido Gennaro Nunziante a dirigerlo, Zalone si prende un sacco di soddisfazioni, compresa quella di un finale disneyano surreale e d'una scena-chiave, in cui migranti in mare se la giocano alla Esther Williams: mancano soltanto le cuffie a fiorellini. Altro che disperati dei barconi: qua ci scappa da ridere e pazienza se i più tradizionalisti, che detestano la società multietnica, verranno delusi. Magari potranno cantare «da qualche parte del planisfero, c'è sempre uno stronzo un po' più nero». Abbasso Salvini, evviva Gesù? «Ma no, il mio è un film poetico, non è contro Salvini», mette le mani avanti l'artista. Il quale, sul set per quasi due anni, ha avuto il suo da fare, tra rare piogge nel deserto durate giorni a spostamenti frenetici tra Malta, il Marocco e il Kenya. Per tacere delle città italiane: dalla Puglia a Roma e Trieste, non è stato facile tenere tutto a bada. Un film che però ha la fragranza dell'attualità più stringente. Come quella del politico Luigi Gramegna (Gianni D'Addario), un ircocervo che ha la carriera di Luigi Di Maio, veste come Giuseppe Conte e parla come Salvini. Da disoccupato nullafacente, costui diventa ministro degli Esteri e presidente della Commissione europea. «Non è colpa mia, se siete nati in Africa», fa la battuta ai migranti a Trieste. «Ho creato un mostro», dice a tal proposito Checco, che non è a suo agio quando deve rispondere a domande di cronaca. Meglio concentrarsi sui suoi riferimenti cinematografici: da Alberto Sordi (carino quel saltino all'Albertone, in sahariana beige) a Dino Risi, per quel tanto di canagliesco cinismo col quale si sbrigano faccende delicate come l'accettazione dell'altro. Ansia da prestazione alle stelle, per colui che sembra il redentore del cinema italiano. Però, stavolta c'è l'appoggio di Virzì, che tiene alle «sardine» quanto alla verosimiglianza delle storie: in Tolo Tolo Zalone si ispira anche alla storia vera di un immigrato senegalese cinéfilo, amante di Totò. E Mussolini, che c'entra coi migrantes? Farne la parodia ha divertito Checco. Alla fine, il Duce c'entra sempre.