Amor Towles in viaggio. "Il sogno americano è rimasto on the road"

Nel suo "Lincoln Highway" lo scrittore racconta le avventure di quattro ragazzi negli anni '50

Amor Towles in viaggio. "Il sogno americano è rimasto on the road"

Dice Amor Towles che i quattro protagonisti del suo libro, tre diciottenni e un bambino di 8 anni, stanno «decidendo che strada prendere nella vita»; e così sta facendo anche l'America, in quel 1954. Negli happy days degli anni Cinquanta, in un Nebraska di fattorie e contadini, Emmott, appena uscito dal riformatorio a causa un crimine commesso involontariamente, suo fratello Billy, geniale e strambo nei suoi 8 anni, e gli ex «compagni di galera» Woolly e Duchessa (un fragile e gentile figlio dell'élite newyorchese il primo, un ragazzo cresciuto dalla strada il secondo) si avviano ad attraversare gli Stati Uniti a bordo di una Studebacker Land Cruiser del '48: l'intento è di percorrere la Lincoln Highway, la lunga strada che parte da Times Square a New York e arriva a Lincoln Park a San Francisco, la città dove potrebbe trovarsi la madre di Emmott e Billy, che ha abbandonato i figli da anni. Ma, prima di andare a Ovest, i quattro faranno una piccola deviazione a Est, verso i Monti Adirondack, nella casa di campagna di Woolly, per recuperare del denaro... È così che Lincoln Highway (Neri Pozza, pagg. 634, euro 19), il nuovo romanzo di Amor Towles, che negli Usa è subito entrato nella Top ten del Nyt (i suoi libri precedenti, La buona società e Un gentiluomo a Mosca, sono dei bestseller) diventa una specie di epopea americana al contrario, un romanzo di formazione pieno di disavventure e di umorismo, una storia commovente di giovani uomini e, anche, di una giovane donna molto tosta, Sally.

«In quegli anni Cinquanta in cui l'America era in pace e viveva uno strepitoso boom economico, stava anche nascendo la middle class americana - spiega Towles dalla sua casa di New York - E a comporla erano i giovani tornati dalla guerra, italiani, russi, irlandesi, ebrei, polacchi, neri, greci... Il governo li aveva mandati al college e, così, erano usciti dai loro quartieri, ormai erano solo americani. Il sogno americano, nella sua versione moderna, è nato proprio in quegli anni: non più la vecchia idea del puoi diventare qualsiasi cosa, bensì vivremo meglio dei nostri genitori». Oltre ai semi di quell'American dream si sono sviluppate le radici anche di altro: «Sotto la superficie c'erano già le questioni che sarebbero esplose negli anni '60: quella femminile, quella razziale, quella sociale e del movimento giovanile. Le turbolenze degli anni '60 affondano nel decennio precedente, anche se, apparentemente, allora tutto era perfetto e gradevole...».

È in questo mondo di idillio irrequieto che si muovono i personaggi di Towles: e si muovono anche fisicamente, perché Lincoln Highway è un romanzo di viaggio, uno dei generi più classici della letteratura. «Quasi ogni storia, nella letteratura occidentale, è un romanzo di viaggio, dall'Odissea all'Eneide al Don Chisciotte... E la letteratura americana è ricca di storie di strada, più di ogni altra, sia per l'estensione del Paese, sia perché la tradizione americana è legata alla cultura della frontiera, dello spostarsi a Ovest. Quindi sì, è un tema tipico e molto tradizionale». Come si porta qualcosa di nuovo? «Credo che, come in una storia d'amore, quello che noi autori possiamo portare di nuovo è il modo in cui scegliamo di usare il linguaggio. È così che, da lettori, possiamo fare esperienze e scoperte diverse». È come il sonetto, dice Towles: puoi «adattare una struttura usata da secoli» per scoprire cose nuove, per cercare il divertimento, per incontrare personaggi. «Il romanzo di viaggio è così avvincente che comprende più significati: c'è il viaggio per tornare a casa, come nel caso di Ulisse; quello per cercare un posto nuovo, dove ricominciare, come vuole fare Enea; e c'è poi una terza versione, in cui a essere importante è proprio ciò che accade lungo la strada. Nel romanzo, queste tre versioni compaiono tutte».

Perché i tre romanzi di Towles sono stati tutti bestseller? Una delle ragioni è lo stile, apparentemente leggero, eppure, in realtà, «aristocratico» come il suo autore (nato a Boston nel '64, laurea a Yale, dottorato in letteratura inglese a Stanford, una carriera nella finanza alle spalle...): «A volte penso che i miei romanzi siano ingannevolmente divertenti, ma il fatto è che, come autore, non mi interessa che la ricchezza della mia letteratura sprigioni dalla difficoltà di leggerla. Voglio creare una forma narrativa in cui il linguaggio sia apparentemente trasparente; quindi, il lettore potrà rimanere al puro livello del piacere, oppure, se vorrà, potrà entrare in un processo di scoperta delle metafore, dei riferimenti, dei significati stratificati nel libro. Per me la ricchezza nasce da questi strati, non dall'oscurità». Del resto, se pensa alla letteratura «popolare», Towles pensa «a Tolstoj, a Dickens, a Cervantes, a Shakespeare, i quali, nel loro tempo, erano accessibili a tutti»; e precisa: «In realtà, non oppongo mai popolare a letterario: quello che sopravvive in letteratura è a più strati, è qualcosa che consente a persone diverse di leggere una stessa opera in epoche diverse e in momenti diversi e, ogni volta, di scoprire cose nuove». In questa ricerca linguistica si inserisce una cura particolare della voce dei singoli personaggi: di qui i punti di vista multipli da cui è narrato il racconto, poiché «ciascuno descrive in maniera differente perfino un caffè, e questa descrizione ti consente di gettare uno sguardo nella natura umana».

Towles adora immergersi in essa, «trascorrere quattro anni con un personaggio, disegnarlo, tratteggiarlo, rifinirlo, capire sempre di più chi sia». Ama definire ogni dettaglio dei suoi romanzi («eccetto l'umorismo: quello nasce da sé, scaturisce dalla personalità del personaggio»), studia «il suono di ogni capitolo» e, anche se il suo primo romanzo è uscito quando era a metà dei quaranta, dice di scrivere «da sempre»: «Fin da bambino scrivevo romanzi, ma da giovane adulto a New York ero senza lavoro e quindi, all'inizio, mi sono concentrato sul trovarne uno... Così ho fondato una società nella finanza.

Quando è uscito il mio primo romanzo, La buona società, se avessi venduto tremila copie sarei stato contento lo stesso, perché non l'ho scritto per soldi; però, dato che è stato un bestseller, mi sono dimesso dalla mia società. Fare lo scrittore è stato il mio sogno per tutta la vita, quindi è stata una decisione facile da prendere».

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