Amori, solitudini e niente trap. Sanremo canta l'era del Covid

I 26 brani in gara riscoprono l'hard rock e persino il punk. Nei testi anche simboli del lockdown come divani e delivery

Alla fine il Covid c'è, ma non si vede. Al limite si sente qui e là tra le 26 canzoni Big del Festival di Sanremo. Il primo ascolto (spesso traditore) conferma la tendenza degli ultimi settant'anni, ossia l'amore: è lui il protagonista di quasi tutti i brani. Sono amori spesso finiti, molto sofferti, con dialoghi interiori come nel caso di Voce della bravissima e sorprendente Madame (19 anni freschi freschi). Soltanto Orietta Berti, nel canto commovente di Quando ti sei innamorato, esalta l'amore infinito per il suo Osvaldo con stilemi da autentico belcanto. Ed Ermal Meta, più composto del solito, disegna un amore di parole belle come «ti do il mio cuore a sonagli per i tuoi occhi a fanale». Però il filo conduttore delle canzoni festivaliere è la solitudine, spesso la disillusione, qualche volta la protesta. Ad esempio, il grandioso Willie Peyote di Mai dire mai (La locura) non usa mezze misure e critica i rapper, l'It pop, le major prima di puntare contro le scelte del governo («Riapriamo gli stadi ma non teatri né live») e poi contro il governo e basta: «Non ti servono i programmi se il consenso ce l'hai». C'è un bell'ingorgo di testi in questo Festival, e bisogna riconoscere ad Amadeus l'intuizione di aver trasformato questo strano Sanremo nella prima pietra del futuro: tanti nomi sono sconosciuti al grande pubblico, ma alcuni di loro diventeranno le popstar del futuro prossimo venturo. Un necessario cambio generazionale.

Sopravvivono i veri eroi come Max Gazzé, il più versatile di tutti, che (accompagnato dalla Trifluoperazina Monstery Band) con il suo scioglilingua Il farmacista a metà tra principi attivi, fitoterapia e omeopatia in realtà attacca i tuttologi che credono di avere la verità per ogni cosa. Pezzo memorabile e attualissimo (che, vista la competenza farmaceutica, piacerà molto anche a Carlo Verdone...). Certo, l'amore rimane al centro, anche se è sofferto o finito come nel caso di Annalisa (autrice insieme con, tra gli altri, Paolo Antonacci, di Dieci) oppure straziato come per Aiello: la sua Ora ha un fortissimo appeal radiofonico. Se Bugo è Bugo al suo meglio, citando Ronaldo, Celentano e Ringo Starr in un brano subito riconoscibile, i Coma Cose saranno tra le sorprese di questo Festival: Fiamme negli occhi è un super pezzo e loro, coppia sul palco ma anche nella vita, saranno di sicuro convincenti. Attenzione, c'è un altro duo (solo sul palco) che attirerà l'attenzione, ossia Colapesce e DiMartino: la loro Musica leggerissima è davvero convincente sia per testo che per musica e già adesso si gioca il premio della Critica. Anche Gio Evan, autentico talento eclettico, è fin «sprecato» per il Festival di Sanremo, vista la poesia di Arnica. Ma il bello di questa lista di Big è la varietà. C'è Fulminacci che intercetta il gusto per la canzone intima ma inciampa in qualche verso non memorabile tipo «fammi addrizzare i peli sulla pelle». E c'è l'eleganza brasileira di Gaia in Cuore amaro, pezzo fuori dal tempo ma capace di entrare nel cuore di chiunque ascolti. Anche La genesi del tuo colore di Irama ha una bella cassa dritta e versi come «scoppierà il colore, scorderai il dolore», che hanno una marcia in più. Ce l'ha sicuramente Ghemon, uno che nel ritmo sincopato di Momento perfetto canta la convinzione che «sia l'ora mia». Poi arrivano Malika Ayane in Ti piaci così e Francesco Renga di Quando trovo te: due voci al di sopra della media, due brani da «comfort zone». Discorso a parte per la coppia Francesca Michielin e Fedez che in Chiamami per nome si intrecciano bene ma hanno forse bisogno di qualche ascolto in più. Anche La Rappresentante di Lista convince, anche se più per il testo che per gli arrangiamenti o la linea melodica.

Idem per il giovanissimo Random, che si presenta in Torno a te con un pianoforte malinconico e un andamento «trascinato» senza però avere il colpo del kappaò. C'è chi fa la differenza, come Noemi e il suo Glicine che «dentro ti amo e fuori tremo come il glicine di notte». Convincente. E poi c'è anche Fasma, che arriva da Sanremo Giovani ma che in Parlami forse avrebbe potuto calibrare meglio il testo e renderlo più agile. In ogni caso questo Festival 70+1 ha una caratteristica fondamentale: porta sul più grande palco italiano chi spesso era abituato a palchi molto ma molto più piccoli e diventa, a modo proprio, un vero, gigantesco talent show capace di portare al pubblico generalista musica e artisti che saranno il futuro ma oggi spesso sono ancora di nicchia. Pensateci, quando si dirà che Sanremo è conservatore: un Festival così progressista forse non si è mai visto. Soprattutto nei testi. Perché nei suoni c'è il cosiddetto «effetto riscoperta». Per capirci, vengono utilizzati suoni e codici musicali che a tanti ascoltatori giovanissimi potranno sembrare nuovi ma che in realtà hanno radici molto lontane nel passato. Ad esempio i Maneskin sono potentissimi e immediati con Zitti e buoni che musicalmente oscilla tra il grande rock blues anni '70 e i Rage Against The Machine e nei versi non usa mezzi termini: «Vi conviene toccarvi i coglioni». Questi suonano davvero, bisogna riconoscerlo e meno male. Idem per gli Extraliscio e Davide Toffolo di Bianca luce nera, una sorta di Vinicio Capossela nei Balcani, davvero potente. E in un Festival dominato come autore da Dario Faini (anche nella sua versione Dardust) spicca la forza di brani come Combat pop dello Stato Sociale, finalmente potenti come alle origini. Il testo è efficace come la musica, sicuramente ispirata da Clash e da un punk inizio anni Ottanta ma attualizzata da versi come «le elezioni di maggio le vince il solito gonzo» oppure il ben più immediato «credevi fosse amore invece era un coglione».

In ogni caso, un bel cast, soprattutto attuale. E capace di resistere alla tentazione di cedere al Covid e raccontarlo in tutti i suoi dolori. Amadeus ha fatto capire che non sono arrivate canzoni esplicitamente dedicate a questa tragedia e che, come dire, almeno durante una gara di canzoni è meglio non parlarne. Però nei brani spuntano riferimenti a oggetti o abitudini di questo anno maledetto appena trascorso. Ad esempio il divano, come nelle canzoni di Arisa e Renga. Oppure il delivery, citato da Annalisa. Oppure l'antinfiammatorio ibuprofene citato da Aiello. O l'interminabile lista di medicinali srotolata da Gazzé. D'altronde il Festival è lo specchio del nostro Paese molto più di quanto faccia comodo crederlo. E, a questo giro, è anche specchio della musica che gira intorno. Ad esempio, non c'è traccia di trap, c'è rap sofisticato. E, per dirla tutta, ci sono riferimenti ai suoni del passato. Anche ai suoni che non hanno mai fatto parte del Festival di Sanremo come l'hard rock oppure il punk. Sono i corsi e ricorsi della musica. E stavolta Sanremo ha saputo intercettarli.

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