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Arriva la quarta (e migliore) stagione della serie “The Crown”, tra fiaba e cronaca

I nuovi episodi ripercorrono gli Anni 80 vissuti dalla Corona inglese, sospesi tra tradizione e cambiamento grazie a due new entry come la Lady di Ferro e Lady Di

Arriva la quarta (e migliore) stagione della serie “The Crown”, tra fiaba e cronaca

Se non avete mai visto la serie The Crown e non avete voglia di recuperare tre stagioni per accedere alla quarta, bellissima, in arrivo oggi su Neftlix, nessun problema. Il consiglio è di sedersi lo stesso davanti allo schermo e iniziare ad immergersi nella qualità assoluta dei nuovi episodi. Non serve, infatti, aver visto i precedenti, né essere appassionati di storia o gossip britannico per godere del ritratto, romanzato ma storicamente onesto, di quanto accaduto negli Anni 80 alla Corte della Regina Elisabetta.

Nella quarta stagione irrompono sulla scena due figure femminili che, in modo diverso, hanno lasciato il segno: Margareth Thatcher (Gillian Anderson) e Lady Diana (Emma Corin). Da un lato si esplora il legame che la Lady di Ferro instaurò con Sua Maestà (Olivia Colman), dall’altro lo scompiglio portato nella famiglia reale da una diciannovenne inserita nella propria epoca come Diana Spencer.

Entrambe rivoluzionarie nel proprio campo di influenza, la Principessa di Galles e il Primo Ministro mettono a dura prova il proverbiale aplomb della reggente che, sotto bombardamento mediatico, si trova alle strette di fronte al giuramento di non intromettersi in politica e anche nel ruolo di madre e suocera.

Ci sono episodi dedicati a singoli personaggi ma, in linea generale, la narrazione segue la cronaca politica internazionale dell’epoca (l’IRA, la questione delle Falkland, la crisi economica e sociale), delineando cosa sia stato il “Thatcherismo”, così come le vicende da rotocalco del triangolo tra Carlo, Camilla e Diana (un mix di pene d’amore, regole monarchiche e scandali).

Il filo rosso che lega questa stagione di "The Crown" è la maternità, declinata in modo diverso a seconda della donna della serie cui si riferisce: c’è la volenterosa Elisabetta, istruita per casata alla condanna dell’affettività manifesta ma, a suo modo, molto attenta ai figli; c’è la politica dall’istinto assassino che cede a una mollezza ridicola e masochista di fronte al proprio figlio maschio; infine c’è il senso materno dolce ed eterodiretto in tutti i campi della vita che ha reso la sensibile Diana tanto amata dal popolo.

Nonostante stiamo parlando di una produzione di altissima qualità anche in termini di regia, recitazione e scenografia, il fiore all’occhiello di "The Crown" resta l’audacia spinosa di dialoghi che sono veri duelli verbali, disputati a colpi di frasi essenziali e asciutte, eppure dense di verve e intelligenza.

Sul versante drammaticità ed emozione, abbiamo la nascita di una fiaba che diventa l’anticamera del declino psicologico di chi la vive: Diana passa, infatti, dal promettente abbraccio di un principe ereditario a quello avvelenato di un disturbo come la bulimia. L’avvento di questa patologia, narrativamente, sembra annunciato nel momento in cui viene intimato alla giovane di non mostrare emozioni, regola aurea del galateo di corte. L’origine del male è lì, prima ancora che nell’infelicità sentimentale e nella solitudine della ragazza.

“The Crown” è impeccabile sotto ogni punto di vista, ma le inquadrature che ricostruiscono pedissequamente scene rimaste nell’immaginario collettivo stavolta hanno un plus: la presenza di interpreti (Anderson e Corrin) che, nella parlata, nei modi e nella postura, resuscitano le icone che sono chiamate a incarnare.

Insomma, un tour eccezionale tra appartamenti reali e sale di potere che appassiona per come ipotizza in maniera realistica i retroscena privati di grandi accadimenti divenuti di dominio pubblico. Tra cronaca e drammi personali va in scena un ensemble unico nel suo genere.

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