Celati, il filosofo del comico che svela le nostre incertezze

Ci vuole una preparazione perfetta per essere sbadati e incoerenti. Passeggiata con uno scrittore incantato

Celati, il filosofo del comico che svela le nostre incertezze

Mi avevano detto che Gianni Celati era passato sabato mattina a Carpi con Daniele Benati. Averlo saputo sarei andato. Anche solo per guardarli camminare per piazza Martiri o per le viuzze laterali piene di negozietti e palazzi. Era venuto per «fare una scappata» ed è entrato da Gualdi, che ora sta in Canada. La questione è chiara: nell'arco della mia vita ho spesso letto autori di cui poi non me n'è più fregato nulla, mentre invece le opere di Celati ritornano ciclicamente nella mia testa in modo carsico. Quando ricompare Celati prendo i libri e leggo. In questo momento sto leggendo saggi degli anni '70 in cui l'autore parla di mimi, teatro, voce, giullari e trobadori. A cosa mi serviranno? Serviranno per tenere un tono di scrittura, serviranno per portare l'immaginazione più in là di questo sguardo limitato dalla contingenza, dai tempi, dall'ascendente che hanno i media nella mente. Serviranno per essere più consapevole dei miei limiti di pensiero. Oppure non serviranno a nulla, ma quel nulla sarà comunque interessante.

Ogni volta Celati riesce a riportarmi la testa in un ideale luogo in cui c'è dentro Buster Keaton, Pépé le Moko, il Gorilla Quadrumano, una serie di fotografie dai colori sgranati, tendenti al rosino, all'arancione, Beckett. Insomma l'autore mi riporta in una stato d'animo ideale per fare arte e scrivere. Estrogena la mente. Instilla un po' di vita vera, un po' di letteratura, un po' di Bachtin che è in me, se capite. Direi che Celati, come pochi altri, produce una specie di macchina narrativa e mi fa venire voglia di sperimentare immagini, farle diventare scrittura, trovarne la sintesi e, infine, progettare un futuro fatto di parole «naturali», «personali», «esatte» per il mio stato d'animo, per la mia personalità. Celati produce parole «accettabili». Spesso rivedendo le parole che uso mi suonano strane, a volte irritanti, altre volte insopportabili e sbagliate. Parole piene di preconcetti. Invece con lui qualche parola sembra tollerabile. Per esempio prima, quando ho scritto «fare una scappata», l'ho scritto perché ci sono le opere di Celati. Sennò non avrei capito l'importanza di lasciare lì quel modo di dire, quell'intercalare quasi vernacolare, che invece serve per rendere al meglio quel che si vuole dire. In definitiva Celati produce un'ecologia della parola e dell'immaginazione.

Todavia tempo fa avevamo intrapreso un breve rapporto epistolare per e-mail. Gli avrei chiesto tante cose sull'idea di «immaginabile», sullo sguardo dello scrittore, ma rimasi molto formale perché i miei contatti erano finalizzati alla sua presenza a un festival. Il suo è un pensiero complesso, perché parte da semiotica, narratologia, ma poi si espande nella sociolinguistica, nella etnometodologia, nella psicanalisi. Nei suoi scritti c'è sempre tanta filosofia. Filosofia del linguaggio, soprattutto. Filosofia ovunque, per poi arrivare alla «vanvera». È come se avesse accumulato saperi su saperi per poi buttare tutto in vacca. È come se dicesse: «Per sbagliare a scrivere bisogna sapere molto». Per buttare tutto in vacca bisogna essere dei sapienti, ecco tutto.

C'è da dire che arrivò al festival via aereo da Brighton a Bologna. Bello secco, fisico da camminatore, con una giacca perfetta che gli stava come sopra a una gruccia e i pantaloni morbidi scuri, le scarpe tipo desert boot testa di moro. Al festival avrebbe fatto un incontro pubblico con Antonio Prete ed Ermanno Cavazzoni. Successivamente avrebbero proiettato un suo film documentario. Per come la vedo io, Celati pian piano scartabella il pensiero di ogni scrittore, perché è fautore di una scrittura senza trucchi, antimonumentale, carente, lenta, che indugia, esita. La maggior parte dei romanzi contemporanei non risponderebbe ai suoi criteri di valutazione.

Alla proiezione eravamo vicini. Poi c'è lui nel momento in cui s'è alzato per raggiungere il palco e parlare alla fine del documentario. Gira una foto sghemba che ho fatto in velocità col cellulare. Volevo beccare entrambi, infatti alla sua destra si vede un pezzo della mia testa. Ho preso male la mira e ho scattato riprendendo solo lui. Celati ha un volto allegro e meditabondo, nella sua leggerezza è severo. Il suo modo di guardare è da scrutatore. Indaga, tergiversa, temporeggia perché sa che nulla è oggettivo. I suoi libri sono contraddistinti da questo: rivelano l'incertezza. Mettono a fuoco l'incoerenza. Fanno capire che spesso il pensiero mente anche a chi quel pensiero lo compie. Celati mette in guardia dalla scrittura scorrevole, facile. Invita all'incertezza, instilla dubbi, patrocina perplessità.

Una mattina presto, durante il festival, l'ho visto vagare per Carpi e l'ho fermato. Mi ha detto che per lui camminare è vitale. L'ha sempre fatto e, per un certo periodo della sua vita, è stato un vero e proprio esercizio di scrittura. Per essere più precisi non l'ho fermato, ma ho iniziato a camminare io al suo fianco. Avremmo fatto duecento metri assieme o poco più. Con tutte le volte in cui ho letto Walser e la sua Passeggiata, mi sembrava di essere lì in uno scritto di Walser. Io e Celati lì dentro alla Passeggiata a salutare i passanti, a soffermarci su una pietra a lato della strada, a pensare a niente. Vuoti. La mia zucca vuota a guardare quest'uomo che cammina molleggiato, con quelle sue gambe lunghe da ex cestista. In fondo scrivere sbagliato può essere veramente rivoluzionario, pensavo. Non tanto nel lessico e nella sintassi. Quello d'accordo. Quanto nel descrivere male, saltare di palo in frasca senza coerenza, costruire personaggi di scarso interesse. Questo, forse, è un tentativo di prendere l'esistenza nuda, attraverso la scrittura. Allo stesso tempo è una sintesi perfetta di tutte le avanguardie.

Il libro che sto leggendo, e mi ha riportato alla mente il ricordo della forza di Celati, s'intitola Animazioni e incantamenti. Incantamenti. Molto celatiano. Sono bastati pochi metri passo passo con lui, anche perché non potevo stargli alle calcagna di più. Sono bastati pochi metri per capire che un uomo così è utile al mondo, senza enfasi, senza retorica. È un passeggiatore solitario, uno che dice di aver scritto un libro in pochi mesi sfruttando la stanchezza provocata da lunghe e veloci camminate. Che ci vuoi fare, in questi casi meglio desistere, per non rovinare il cammino, così ho mollato in fretta la pezza. Poi però m'è venuto in mente tutto un guazzabuglio di frasi di Celati. Frasi che ha detto spesso in vari modi, frasi sue imparate a memoria. Le scrivo qui come si trattasse di comiche.

Immaginate di vedere uno vestito come Chaplin, con bastone e bombetta, baffetto a spazzolino da denti che tra il serio e il faceto dice: «Ci sono quelli che scrivono i romanzi per raccontare il passato e dicono: La signora entrò alle cinque e in quel momento il fattore le disse eccetera eccetera Ecco, quelle lì sono le cose più tremende che ci sono. Non si riesce a immaginare più niente. Ci sono delle storie che valgono solo per quello che non è immaginabile. Le storie valgono di più se c'è tutto un non immaginabile che sta dietro alle parole e le cose, perché credo che sia quello il regno dei narratori. Quello che non è immaginabile. Quello che uno non ti può far vedere». A partire da questo punto di vista, si comincia a sentire un'altra storia al contrario, e cioè che l'inimmaginabile è dappertutto intorno a noi. Fine delle comiche.

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