Cent'anni e non sentirli. Viva la Carta del Carnaro

Gabriele d'Annunzio, con l'aiuto di Alceste De Ambris, scrisse una Costituzione nuova per un mondo nuovo

Cent'anni e non sentirli. Viva la Carta del Carnaro

A Fiume conquistata e tenuta dal settembre 1919 al dicembre 1920 - Gabriele d'Annunzio fuse patriottismo e ribellismo, rivoluzione e sindacalismo: la collaborazione con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris gli permise di costruire il manifesto ideale di un nuovo sistema sociale e politico, la Carta del Carnaro. L'attualità e l'interesse di questo straordinario documento, che compie cento anni, è stata dimostrata dal convegno pescarese organizzato dal Vittoriale, dalla Regione Abruzzo e dal Comune di Pescara nell'ambito di una settimana dannunziana chiamata, non a caso, Alla festa della rivoluzione.

Quella costituzione rivoluzionaria riuniva le maggiori conquiste dello Stato di diritto di allora in un avveniristico disegno di società corporativa. Dalla Carta del Carnaro si cercò anche di trarre un'ideologia, il fiumanesimo, che avrebbe dovuto essere la terza via tra socialismo e capitalismo: ma, niente a che vedere con il fascismo, se un modello c'era, era quello della Serenissima e del cantonalismo svizzero, a cui si ispirava sia per la democrazia diretta sia per la convivenza multietnica. Il movimento fascista nel 1920 era ancora poco rilevante e durante il regime avrebbe preso dall'impresa fiumana riti e simboli inventati da d'Annunzio (eja eja, il discorso dal balcone in dialogo con la folla) ma non quel documento democratico.

I 47 articoli della Carta, inizialmente stilati da De Ambris, furono riscritti radicalmente dal Vate. D'Annunzio voleva che la costituzione fosse anche un'opera d'arte, meglio un testo sacro. E i suoi interventi non si limitarono alla forma, i 47 articoli divennero 65 e la versione autografa 113 fogli scritti a matita, fitti di correzioni a inchiostro nero ribadiscono la paternità dannunziana. La Reggenza del Carnaro è definita un governo «schietto di popolo» e fondata sul «lavoro produttivo» (art. III) come mezzo di emancipazione sociale. Risalta immediatamente la somiglianza forse non casuale - con l'articolo I della costituzione italiana del 1948, secondo il quale l'Italia è una repubblica «fondata sul lavoro», con una formula frutto di un compromesso tra socialdemocratici, comunisti, liberali e democristiani.

Un altro principio basilare è l'uguaglianza, che la Reggenza riconosce a tutti «senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione». I maggiorenni e le maggiorenni (a ventuno anni) sono elettori e eleggibili a tutte le cariche (art. XVI). La grande novità è che le donne siano eleggibili, in un'Europa in cui anche solo il diritto di voto esisteva in pochi paesi, e in Italia sarà concesso nel febbraio 1945. Sono garantite la libertà di pensiero, di stampa, di riunione e di associazione, di culto (art. VII). Sono garantiti quelli all'istruzione primaria, all'educazione fisica, al lavoro remunerato, al salario minimo, all'assistenza sanitaria, alla pensione, all'inviolabilità del domicilio, all'habeas corpus, al risarcimento in caso di errore giudiziario (art. VIII). La popolazione può, raggiunto un determinato numero legale: proporre leggi, richiedere referendum per modificare la Costituzione, indire petizioni e chiedere la destituzione dei propri rappresentanti (art. LV-LX). Si perdono i diritti politici solo se condannati «in pena d'infamia»: ovvero disertori, evasori fiscali, parassiti non giustificati dall'infermità (art. XVII). Ai Fondamenti, d'Annunzio aggiunse l'articolo XIV: straordinario, per stile e contenuto, elenca tre «credenze religiose», i principi morali universali che devono regolare il rapporto tra il singolo e la collettività: «La vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l'uomo rifatto intiero dalla libertà; L'uomo intiero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria vita per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; Il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo». Allo Stato viene riservata la proprietà delle infrastrutture come la ferrovia e il porto, dove cittadini e stranieri avranno libero esercizio «in perfetta parità di buon trattamento e immunità da gabelle ingorde» (art. X). Le finanze dello Stato saranno affidate alla Banca nazionale del Carnaro, che gestirà la moneta e le operazioni di credito (art. XI). E fino a qui il contratto sociale dannunziano sarebbe soltanto una rielaborazione progressista di principi liberali, se tra i fondamenti non fosse annoverato un inedito, rivoluzionario, rapporto tra l'individuo e la proprietà privata, riconosciuta ma a condizione che il suo uso sia subordinato alle necessità del bene comune: la proprietà privata, spiega l'art. IX, non è il «dominio assoluto della persona sopra la cosa», ma «la più utile delle funzioni sociali», e lo Stato è libero di intervenire, qualora «tal proprietario infingardo la lasci inerte o ne disponga malamente».

L'elevazione spirituale e intellettuale sono al centro della società dannunziana, che pone la cultura «alla sommità delle sue leggi». L'articolo L dichiara che «Qui si forma l'uomo libero», e che la cultura deve essere «la più luminosa delle armi lunghe», «una potenza indomabile come il diritto e come la fede», «il più efficace strumento di salute e di fortuna», «l'aroma contro le corruzioni», «la saldezza contro le deformazioni». Laica è propugnatrice della bellezza, la Carta si conclude con un'esaltazione della musica, «Un grande popolo non è soltanto quello che crea il suo dio a sua simiglianza ma quello anche che crea il suo inno per il suo dio». La musica è, insieme, un'espressione di identità e la più sofisticata forma di contemplazione individuale, esaltatrice dell'atto di vita, dell'opera di vita (art. LXIV).

La Carta del Carnaro e la Lega dei Popoli oppressi, altra intuizione di d'Annunzio, rappresentano snodi che aggirano la mitologia fascista e proiettano suggestioni sul lungo periodo, aprendo convincenti prospettive comparative con esperienze come la decolonizzazione e il Sessantotto. Il tentativo di imporsi sull'immaginario attraverso la forza dell'utopia e della narrazione costituisce infatti la vera eredità a lungo termine dell'impresa dannunziana.