Cercas sale in "Terra Alta" e indaga su delitti e ricordi

Il thriller dell'autore spagnolo coniuga una trama serrata alla storia personale e a quella collettiva

I lettori italiani conoscono lo scrittore Javier Cercas, venuto prepotentemente alla ribalta con il libro Soldati di Salamina (2001), salutato dal Premio Nobel Vargas Llosa con grandi elogi e diventato, due anni dopo, versione cinematografica per la regia di David Trueba. Il racconto si apre con le truppe repubblicane che si dispongono a fucilare un gruppo di prigionieri franchisti tra cui Rafael Sánchez Mazas, ideologo della Falange, che sfugge all'esecuzione nascondendosi in un anfratto dove, raggiunto da un miliziano, viene riconosciuto e risparmiato.

Più che la ricostruzione del fatto storico, all'autore interessa il processo di identificazione dell'io, avvenuto attraverso il confronto serrato dei fatti con la loro verità, mai raggiunta nella sua assoluta certezza. Il varco tra la volontà del racconto e la realtà dell'episodio è il motore che innerva la scrittura di Cercas, creando una narrativa di straordinaria forza ed efficacia moderna. Accade lo stesso nel romanzo Anatomia di un instante (2009), dove i giovani lettori di oggi possono rivivere la cronaca del colpo di stato del tenente colonnello Tejero, ed è ancora presente con nuove varianti nei libri Le leggi della frontiera (2012) e L'impostore (2014), fino a giungere a quest'ultimo romanzo, Terra Alta, vincitore del Premio Planeta 2019, che esce in Italia nella bella traduzione di Bruno Arpaia per le Edizioni Guanda (pagg. 375, euro 19).

La trama del libro è segnata da un terribile crimine che sconvolge gli abitanti dell'assonnato villaggio di Terra Alta, nella provincia catalana, e la cui dinamica corre lungo tutto il libro, formato da due percorsi che hanno al centro il protagonista Melchor Marín. Un giovane poliziotto che, in seguito allo scontro a fuoco vittorioso contro i terroristi islamici dell'attentato di Barcellona dell'agosto 2017, è allontanato dalla sede militare della capitale e inviato a Terra Alta per indagare su un recente fatto di sangue che ha sterminato i proprietari dell'impresa Gráficas Adell. È l'inizio di un thriller avvincente che si dipana lungo tutto l'arco del romanzo alternando, accanto alla cronaca dell'indagine, la rivisitazione dell'iter biografico del personaggio. Una vita segnata da un oscuro passato vissuto nella criminalità fino al carcere, che ha trovato riscatto grazie al gesto eroico compiuto contro i terroristi musulmani. Sul concetto di eroe vale quanto lo scrittore intende veramente, parafrasando una frase di Roberto Bolaño, che considera l'atto eroico come un'azione coraggiosa guidata da un istinto di verità e giustizia. D'altra parte il percorso privato del protagonista è ricco di oscuri fatti e intricate vicende che iniziano con il periodo della triste infanzia, e continuano con l'assassinio della madre prostituta che lo spinge alla ricerca ossessiva del responsabile.

Melchor visita e interroga loschi e anche pittoreschi personaggi che popolano la turbolenta vita delle periferie di Barcellona. In questo faticoso percorso di liberazione entra anche la scoperta dell'amore coniugale nato con Olga, la bibliotecaria del paese, che ha conosciuto e frequentato nelle sue numerose visite motivate dalla richiesta di letture. Soprattutto c'è la gioiosa presenza della figlia Cosette che alla fine accompagna il tramonto del protagonista. Così mentre ferve, si complica e si svolge l'indagine poliziesca, Melchor Marín apre una grande finestra sul suo passato, dove entrano i giorni dell'infanzia trascorsa con la madre con il ricordo ricorrente del tramestio sul pavimento di casa dei passi degli amanti notturni, tra cui quello del possibile padre che da tempo, come un'ombra, lo segue e gli è accanto. Si tratta di un'intimità che Mechor custodisce gelosamente anche dopo l'improvvisa tragedia che porta via l'amata sposa. Difficile non vedere in questo oscuro excursus biografico, che convive con la tumultuosa cronaca dell'agente poliziotto, la volontà di coniugare le due esperienze in quanto frutto di un'unica, complessa vicenda esistenziale.

Terra Alta è un romanzo basato sull'azione, condotta da un dialogo veloce, infarcito di modismi ed espressioni gergali che sembrano non lasciar varchi ad altre voci e presenze. Anche le scarse digressioni, in cui a volte si avventura il discorso narrativo, sono ridotte all'osso, come se il protagonista investigatore, abituato al riserbo professionale, non volesse lasciar trapelare nulla di sé e dell'indagine in corso. Tutto ciò ha lo scopo di non distrarre l'attenzione verso la ricerca del colpevole dell'efferato crimine avvenuto a Terra Alta. Ma esiste anche una linea interiore che corre parallela allo svolgimento dei fatti e che possiamo tradurre nel senso di giustizia, affermazione di verità e amore per la letteratura, scoperta nel periodo del carcere attraverso la lettura del romanzo I miserabili di Victor Ugo - da cui il nome Cosette della figlia -, passione poi coltivata nelle visite alla biblioteca di Olga, dove nasce l'amore.

Terra Alta, straordinario libro giallo, in cui forza e volontà guidano la difficile impresa del poliziotto Melchor Marín, comprende anche ampi spazi aperti alla riflessione. In effetti ciò che più importa allo scrittore è l'occasione, a volte addirittura il pretesto, che offrono la cronaca e la ricostruzione dei fatti storici, per interrogarsi sull'ambiguità e il mistero del senso del vivere. Grande ammiratore di Borges e Kafka, Cercas pone continue domande che toccano gli avvenimenti della cronaca e della storia, dando puntuali risposte sul significato e le responsabilità delle azioni dell'uomo. Nei fatti e nelle avventure che circondano la vita, l'autore cerca il senso del nostro destino a cui solo la scrittura può rispondere.

Non a caso l'ultimo viaggio di Marín è un ritorno a Torre Alta, lì dove si è consumata la strage e dove lui sente di essere libero dal peso della coscienza. Accanto c'è solo Cosette: è lei la nuova vita che comincia.

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Commenti

tremendo2

Mer, 01/07/2020 - 15:33

adesso capisco da dove è nato il vezzo di chiamare "terre alte" le Dolomiti