Chardonne e Morand, gli "incasellabili"

I due autori francesi si scrissero fino alla fine: "Siamo anarchici conservatori"

Chardonne e Morand, gli "incasellabili"

La lettera è dell'aprile 1966, è scritta a mano, porta la firma di Charles de Gaulle, presidente della Repubblica francese. Il destinatario è l'ottantenne Jacques Chardonne, scrittore solitario e un po' misantropo, nonché suo antico avversario ai tempi di Vichy e della Seconda guerra mondiale, e come tale successivamente epurato. Il suo ultimo libro si intitola Propos comme ça e il generale-presidente ne è rimasto «incantato. Ammiro l'ampiezza e la disinvoltura del vostro pensiero. Gusto il vostro stile puro e senza orpelli. Scrivete: Quando uno scrittore possiede uno stile, ciò che dice ha poca importanza. Ma avendovi letto, ancora una volta, su questo punto non sono del vostro stesso avviso».

L'apprezzamento presidenziale è arrivato lo stesso giorno in cui, sempre per lettera, un'anziana signora «che ci sta ancora con la testa», specifica ironicamente Chardonne, gli ha fatto sapere il suo ultimo desiderio: «Essere seppellita in compagnia di un mio libro»... «È il massimo che mi possa aspettare dalla benevolenza del prossimo» riassume al suo vecchio amico Paul Morand, che si ostina a detestare de Gaulle e che, almeno con il pensiero, continua a preferire le giovani signore alle coetanee anziane. «Bisogna sapere chiudere la porta quando è giunta l'ora», gli scrive ancora. L'ha capito rileggendo La Rochefoucauld, frondista contro Luigi XIV e poi suo fedele suddito: «Voleva dire: ciò che è stato non ha alcuna importanza, non vi chiedo nulla». Morand morde il freno, ma non commenta. Dovrà arrivare il '68, il Maggio francese e Parigi in stato d'assedio perché i rancori del passato vengano spazzati via dall'incalzare del presente: «Sono il primo francese (con Saint-John Perse) ad aver detto no a de Gaulle nel giugno '40. Gli altri ci hanno messo 28 anni a capire. Il mio gusto per le cause perse oggi me lo rende simpatico. Domani, vedendo quello che ci aspetta, comincerò ad ammirarlo. È un gabbiano; ha bisogno della tempesta»...

In quel maggio in cui «de Gaulle resta», Chardonne se n'è appena andato e Morand, «un gomitolo di lana nella gola», si trova a dover chiudere per sempre una corrispondenza amicale durata quasi vent'anni. Ne vivrà ancora otto, riuscirà a entrare in quella Académie française fino ad allora negatagli per demeriti politici, morirà che ne ha ottantotto facendo ginnastica nella sala-palestra dell'Automobile Club che si affaccia su Place de la Concorde. «La vecchiaia è l'afflizione di tutti gli uomini, ma con voi non vale la pena parlarne» gli aveva predetto Chardonne: «Perché non la conoscerete mai».

Correspondance III. 1964-1968 (Gallimard, a cura di Philippe Delpuech, Bertrand Lacarelle, Laurence Brisset, pagg. 1159, euro 46,50) è l'ultimo volume di una trilogia che racconta la fine di un mondo e il malessere di fronte a ciò che ne ha preso il posto, la difficoltà di essere del proprio tempo quando «il presente è sempre in movimento, non lo si vede e comanda tutto, a causa dell'avvenire che contiene in sé»... Scrittori anagraficamente al tramonto, Chardonne e Morand non si sentono però sorpassati rispetto a quelli della loro generazione, da Malraux a Montherlant, agli antichi maestri, da Chateaubriand a Balzac, alle nuove leve, non solo francesi, che sgomitano per emergere, Sagan, Le Clézio, Kerouac e la beat generation... Così nelle loro lettere c'è il fuoco d'artificio dei giudizi, dei regolamenti di conti, delle idiosincrasie tenaci e delle revisioni magari tardive, ma felici. C'è in fondo la storia di chi alla scrittura ha dedicato la propria vita, ma, come osserva Chardonne, «la letteratura è come la chiesa: ci sono dei preti, ma non dei fedeli»...

Naturalmente, c'è spazio anche per la politica, ma è una politica al passato remoto: entrambi hanno giocato e perduto al tempo della Seconda guerra mondiale e si sono così ritrovati dalla parte dei vinti e del torto. «Anarchici conservatori», la definizione è di Morand, sono sempre e comunque «difficili da collocare, nemici di ogni destra politica». «Si scrive sempre la storia troppo tardi», osserva Chardonne, «ovvero dopo, in altri tempi» e si riaggiusta, si nega o si dimentica ciò che è veramente accaduto, «la sua giusta prospettiva». Le considerazioni di Morand vanno di pari passo, venate di ironia: «Ciò che c'è di meglio negli inglesi, è il pirata (Francis Drake, Walter Raleigh). Ahimè, la regina Vittoria l'ha castrato! La pirateria era il suo modo di importare. Importazione forzata. Le grandi nazioni, come gli uomini celebri, sono quelle che non hanno avuto niente da mangiare, o non abbastanza». E ancora: «La grandezza dell'Austria, non la si vedeva che arrivando dall'Est. L'Occidente, ha avuto bisogno, lui, della lezione di una guerra. Gli ci è voluto la scomparsa di metà del continente, e trent'anni, per capire che l'Austria era, sarà, irrimpiazzabile».

Scrittori fra loro diversissimi e che si ammirano reciprocamente perché in fondo sanno di correre in categorie diverse, il che esclude la rivalità, sia Morand sia Chardonne sono consapevoli di stare scrivendo, attraverso le loro lettere, la loro vita, se non, come nota il primo, il loro testamento: «Saranno la mia ultima bottiglia; quella che si getta alla morte».

Moralista, laconico, austero, chiuso nella sua sordità e nel suo villaggio, rispettato, Chardonne prepara con cura la sua uscita di scena: «Detestare, vuol dire passione. Io non ho alcuna passione: è dare troppo di sé stessi». E ancora: «Tutto finisce bene, perché tutto finisce». Sempre in movimento, sempre pimpante, anche quando è malinconico, Morand dalla scena non vorrebbe mai uscire: «Mi sembra di essere come Maurice Chevalier...»; «Vorrei morire giovane, ecco tutto»; «A vent'anni ho avuto l'impressione che la vita, il vero lusso fosse questo, la natura, il sole, la solitudine, il far niente. Questo ideale non mi ha più abbandonato. E sessant'anni dopo, è ancora quello che preferisco».

La verità è che «la vecchiaia è un'età difficile: o si frequentano i coetanei, e si ha l'aria di un rudere, o si frequentano i giovani, e si ha l'aria di un morto». È anche vero però che «c'è un'unica certezza, la morte», cui appoggiarsi. Stoicamente, Morand lo ha detto alla moglie, la principessa Hélène Soutzo, ma si è sentito rispondere: «Siccome è una certezza, la cosa non mi interessa»...

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