Così Carli, l'ardito futurista, dichiarò guerra agli snob

Con D'Annunzio a Fiume Mario Carli scelse il fascismo ma con spirito critico e quasi bolscevico. Ecco i suoi scritti più corrosivi

Rievocando con un suo interlocutore uomini e tempi del passato, Benito Mussolini, ormai da anni al vertice del potere, disse che «Mario Carli fu il poeta dell'arditismo». E, sempre riferendosi a lui, aggiunse: «Diceva che l'ardito era il futurista della guerra. Il soldato nuovo, l'ardito, era il prodotto del coraggio di un popolo. Marinetti guardava a Carli come al codificatore della filosofia del soldato nuovo. Non aveva torto. Carli non fondò l'arditismo. Ne divenne il cantore».

La figura di Mario Carli scrittore e poeta, protagonista, prima, dell'arditismo e dell'impresa dannunziana e, poi, delle battaglie giornalistiche e politiche dell'immediato dopoguerra, della vigilia, cioè della «rivoluzione» fu sempre molto cara al Duce, che ne parlava come di una specie di precursore del fascismo: «Si deve a Carli la fusione tra arditismo e futurismo, l'istituzionalizzazione dell'arditismo nel ruolo di anima eroica del politicismo fascista. Si deve ciò a Carli, così come si deve a Marinetti il riuscito tentativo di alleare al movimento fascista la cultura di avanguardia».

Mario Carli, nato alla fine del 1888 in provincia di Foggia da una famiglia della piccola borghesia locale e più giovane di Mussolini di appena un lustro, aveva esordito come letterato. A Firenze, dove s'era trasferito per dedicarsi agli studi universitari che non avrebbe mai completato, aveva cominciato a frequentare un gruppo di giovani irrequieti intellettuali fra i quali v'erano Emilio Settimelli, Bruno Corra e Arnaldo Ginna destinati, tutti, a divenire una costola del futurismo. E proprio della stagione del futurismo fiorentino, che ebbe nella rivista L'Italia futurista un preciso punto di riferimento, Carli e i suoi amici furono protagonisti assoluti.

Lo furono, protagonisti, non solo nelle polemiche culturali e nelle dispute politiche ma anche nell'abbigliamento e nei comportamenti anticonvenzionali e in qualche caso provocatori. Carli si comportava come un dandy girando per strade e vicoli di Firenze indossando colorati abiti «futuristi» con un immancabile gilet rosso con risvolti asimmetrici e una doppia fila di bottoni di madreperla. Lo chiamavano «il turco» sia per il vistoso modo di vestire sia per il carattere irascibile e permaloso e l'ostentata spavalderia. Il suo approdo al futurismo, al di là della conoscenza e del rapporto di amicizia con Filippo Tommaso Marinetti, rientrava nella logica delle cose per un giovane intellettuale venuto da una lontana provincia del mezzogiorno con il desiderio di affermarsi e con un bagaglio di letture d'avanguardia e contestatrici dei canoni estetici consolidati.

Quando scoppiò la Grande guerra egli, come la gran parte dei futuristi, si impegnò a fondo nella battaglia interventista in nome dell'idea marinettiana della «guerra sola igiene del mondo». E volle entrare come ricordò poi un suo grande amico degli anni a venire, Giuseppe Attilio Fanelli, suo sodale in tante campagne giornalistiche e politiche «di prepotenza nelle file di un esercito che non poteva reclutarlo per una forte miopia che lo avrebbe immobilizzato nell'ipotesi che gli fossero cadute le lenti spesse come quelle di un riflettore». Si arruolò, comunque, volontario e, alla fine, costituitisi i primi reparti d'assalto, riuscì a farne parte conquistandosi la medaglia d'argento al valore e la croce di guerra e percorrendo, in breve volgere di tempo, i gradini della carriera, da soldato semplice a capitano di complemento.

Divenne, presto, non solo il cantore degli arditi e dell'arditismo, attraverso il libro Noi arditi (1918) ma anche, in certo senso, il loro «simbolo».

Quando vennero creati nel marzo 1919 i Fasci di Combattimento, Carli prese parte, insieme ai suoi arditi, alla riunione di fondazione del movimento. Era convinto che non potesse esistere soluzione di continuità tra futurismo, arditismo e fascismo e riteneva che l'arditismo fosse «lievito e midollo» del fascismo. Poi ci fu l'impresa di Fiume. Altro capitolo esaltante della vita del giovane e intemperante intellettuale futurista. Carli fu un esponente di primo piano del mondo legionario raccolto attorno a Gabriele D'Annunzio, fondò e diresse il giornale degli arditi-futuristi La testa di ferro e della sua esperienza nella «città di passione» lasciò testimonianza nella raccolta di scritti Con D'Annunzio a Fiume (1920) e nel romanzo Trillirì (1922) che rievoca il clima erotico e dionisiaco della «città olocausta» mettendo in luce anche l'esistenza di correnti e filoni all'interno dell'impresa.

All'interno del volume Con D'Annunzio a Fiume è contenuto un celebre articolo scritto da Carli nel maggio del 1920 dal titolo Il nostro bolscevismo. L'articolo fece rumore perché sembrava voler conciliare il bolscevismo e fiumanesimo in nome del comune carattere «rinnovatore» e della comune ostilità alla democrazia liberale: «Tra Fiume e Mosca c'è forse un fiume di tenebre. Ma indiscutibilmente Fiume e Mosca sono due rive luminose. Bisogna, al più presto, gettare un ponte tra queste due rive». Anche Marinetti aveva guardato con simpatia alla rivoluzione russa come a un movimento che sembrava dar ragione alle «profezie e visioni futuristiche», ma non aveva esitato a definire il comunismo «l'esasperazione del cancro burocratico che ha sempre roso l'umanità». La verità è che il bolscevismo di Carli e di Marinetti aveva ben poco di ortodosso perché esprimeva, più che una ideologia, quel vitalismo che aveva ispirato le avanguardie e aveva stimolato le pulsioni combattentistiche e ribellistiche proprie di una gioventù inquieta.

Alla luce di tutto ciò non stupisce, più di tanto, come e perché Carli abbia potuto diventare uno dei fondatori della Associazione Monarchica Italiana, bardo e pilastro di quella pattuglia di paladini della monarchia assoluta che si sarebbero raccolti, prima, sulle pagine del settimanale Il Principe e, poi, del quotidiano L'impero, entrambi diretti dallo stesso Carli e da Settimelli. In tutti costoro c'erano la contestazione del regime liberale e della monarchia parlamentare, l'aspirazione a concettualizzare una dottrina politica autoritaria e l'ammirazione per Gabriele D'Annunzio. Era una forma di intransigentismo non a caso un volume di Carli si intitolò proprio Fascismo intransigente (1926) ma, tuttavia e paradossalmente, si trattava di una dottrina che finiva per subordinare il fascismo alla monarchia nella misura in cui individuava in un sovrano, anche grazie alle pulsioni rivoluzionarie reintegrato nella pienezza dei poteri, il perno dell'attività dello Stato, e nel duce la proiezione, a livello di governo, di tale vocazione autoritaria.

A questa fase della vita intellettuale e politica di Mario Carli, che va grosso modo dal 1922 alla sua morte nel 1935, appartiene il volume Antisnobismo (Aspis Edizioni, pagg. LII- 170, euro 22), che, pubblicato originariamente nel 1929, è stato riproposto con un ampio studio introduttivo di Claudio Siniscalchi. Il volume raccoglie gli interventi polemici che Carli aveva pubblicato fra il 1927 e il 1929 sul quotidiano L'impero e sul quindicinale Brillante e che erano diretti soprattutto contro la degenerazione snobistica dell'abuso di francesismi e americanismi e contro certe aberrazioni nel modo di abbigliarsi femminile capelli alla maschietta o pantaloni considerato antiestetico se non addirittura immorale. La vis polemica e ironica di Carli si scatena, per esempio, nella descrizione di quella signora snob che, non avendo ricevuto in tempo una nuova cappa, preferisce rinunciare al ricevimento per evitare il «disonore» di apparire con un vestito già visto. Il suo linguaggio è lapidario e pungente: «le donne che si truccano da pellirosse, gli uomini allargano i pantaloni fino a farlo svolazzare come sottane, andranno bene in America: in Italia sono dei barbari rimminchioniti». Ed anche: «il ballo oggi in voga fa schifo. O è una pallida imitazione delle epilettiche danze negre o è un concentrato di mosceria imitante la paralisi progressiva». O ancora: «una volta si distingueva nettamente la signora dalla cocotte. Oggi la cocotte fa tutti gli sforzi per sembrare una signora, e la signora fa l'impossibile per assomigliare a una cocotte».

Il libro di Carli non va letto, tuttavia, come un divertissement moralistico. C'è, infatti, nelle sue pagine, accanto alla ironica pars destruens, l'immagine di un progetto, quello del fascismo vagheggiato dall'autore, che, pur contestando la modernità, recupera certi ideali rivoluzionari del futurismo, dell'arditismo, del fiumanesimo e li cala all'interno di una visione politica antiborghese e aristocratica.

Sotto questo profilo questo testo di Carli, Antisnobismo, è la chiave migliore per avere accesso al suo pensiero e per comprenderne appieno le implicazioni.

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