Così Daniel Halévy scoprì le delusioni della libertà. Dopo aver difeso Dreyfus

Penna finissima e amico di Proust, capì che la demagogia è sempre in agguato

Così Daniel Halévy scoprì le delusioni della libertà. Dopo aver difeso Dreyfus

L'aristocratica, bella e disinibita Élisabeth de Gramont non fu solo la riconosciuta ispiratrice del personaggio proustiano della duchessa di Guermantes. Fu anche indiscussa regina della vita mondana e intellettuale della Francia della Belle Époque e dei primi decenni del Novecento ed anche, grande conversatrice e fine intellettuale.

Il suo impegno politico, più provocatorio e anticonvenzionale che ideologico, un impegno che le aveva fruttato il nomignolo di «duchessa rossa» e l'epiteto di «sporca bolscevica», non aveva impedito che attorno a lei si radunassero intellettuali di ogni tendenza. Era assai acuta nei giudizi e lo dimostra quanto scrisse a proposito di Daniel Halévy (1872-1962), storico e saggista, animatore delle edizioni Grasset: «Halévy, circondato dai giovani talenti che ha scoperto, è come un druido della foresta delle Lettere. Il suo bel viso devastato è accogliente, egli parla con dolcezza e ascolta con ardore. Parigino di Parigi è fedele ai vecchi monumenti, ai vecchi ricordi, al vecchio passato e cerca un equilibrio fra quello che ama e l'avvenire incerto. Traccia attraverso i suoi libri la storia della Terza Repubblica. Quello che ricerca è l'autenticità e spesso gli è necessario attraversare tutta la Francia, della quale è uno dei più fedeli pellegrini, per incontrare un essere vero. Scuote il suo setaccio, è felice di raccogliere nel cavo della mano qualche pepita d'oro e la mostra con emozione».

Anche Curzio Malaparte, anni dopo, nel 1947, parlò di Halévy e di pochi altri, fra i quali Emmanuel Berl, come di «uomini di una classe intellettuale assai superiore a quella attuale», uomini che «rappresentavano un mondo, una Francia che non aveva ancora smarrito il senso della sua superiorità sugli altri popoli d'Europa». E aggiunse: «Per loro, esser francesi significava un impegno totale, della mente, del cuore, dello spirito, delle maniere, del carattere. La loro cultura, sebbene francese, era europea. Politicamente nulli, fuorviati, erano intellettualmente forti».

Questi giudizi, provenienti da personalità tanto diverse, fanno intendere che Daniel Halèvy, al di là della sua attività di scrittore e di organizzatore culturale, fu soprattutto un «uomo libero», appartenente a quella generazione di «non conformisti», spesso di orientamento liberale, che durante la Terza Repubblica bordeggiarono fra destra e sinistra, tra nostalgia del mondo dei «notabili» e inquietudine per il futuro. Halévy apparteneva a una famiglia alto-borghese di origine ebraica che aveva espresso grandi personalità in ambito culturale e che era stata, ormai da tempo, assimilata e convertita al cattolicesimo. Il padre, Ludovic, celebre librettista e commediografo, aveva scritto, fra l'altro, dei testi per le scanzonate e irriverenti operette di Jacques Offenbach.

Daniel era cresciuto in un ambiente intriso degli umori della intellighenzia repubblicana del tempo ed era stato compagno di studi e amico inseparabile, durante l'adolescenza, di Marcel Proust. Giovanissimo, aveva fondato una rivista letteraria, Le Banquet, che portava avanti una critica all'estetica simbolista. Poi aveva collaborato alla rivista letteraria La Revue Blanche punto di ritrovo del'intellettualità dell'epoca da Proust a Gide, da Apollinaire a Debussy e ai Cahiers de la Quinzaine fondati e diretti da Charles Péguy. Per i tipi di questi ultimi avrebbe pubblicato alcune delle sue opere più significative a cominciare dalla biografia intellettuale di Nietzsche per finire con l'importante saggio Apologie pour nôtre passé ora proposto al pubblico italiano con il titolo Il caso Dreyfus. Apologia del nostro passato (Oaks editrice, pagg. 170, euro 18) a cura di Francesco Ingravalle.

Quando scoppiò l'affaire Dreyfus, che divise la Francia tra colpevolisti e innocentisti, Halèvy si schierò dalla parte dei dreyfusardi. Il caso del capitano ebreo, ingiustamente condannato come spia e riabilitato solo al termine di un nuovo processo e dopo la campagna mediatica promossa da Émile Zola con il celebre J'accuse, ebbe conseguenze nella famiglia di Halévy perché provocò la rottura con il pittore Edgar Degas cui essa era legata da antichissima e solida amicizia. Daniel ha ricordato in una pagina di diario del 25 novembre 1897 l'ultima serata con il pittore che, in occasione dell'affaire Dreyfus, non aveva più celato il suo nazionalismo e antisemitismo viscerali: «La nostra amicizia doveva terminare all'improvviso, e in silenzio. Degas desinò con noi per l'ultima volta. Tenne per lo più la bocca chiusa: guardava di continuo verso l'alto, come per isolarsi dalle persone che aveva intorno. Se avesse parlato, avrebbe senza dubbio preso le difese dell'esercito, quell'esercito francese le cui tradizioni e virtù egli teneva in tanta considerazione, e riteneva ora offese dalle nostre esercitazioni intellettuali. Non una parola uscì da quelle labbra serrate, e dopo l'ultima portata Degas scomparve».

Scritto fra l'ottobre del 1907 e il gennaio del 1910, una decina di anni dopo gli avvenimenti, Apologia del nostro passato non è tanto una storia dell'affaire Dreyfus quanto piuttosto una riflessione sul significato e sulle conseguenze di quel caso politico-giudiziario della storia contemporanea francese secondo lo sguardo retrospettivo di un giovane e coraggioso intellettuale liberale di tradizione orleanista. Il liberalismo di Halévy aveva molti tratti conservatori e il suo appoggio ai dreyfusardi era frutto di una sensibilità elitaria e di una profonda diffidenza per la demagogia implicita nelle scelte suggerite dalla massa: all'epoca dello scoppio dell'affaire la folla aveva imposto la condanna, adesso si era schierata con la verità, ma in entrambi i casi non era venuta meno la dimensione demagogica di tali scelte.

Il saggio di Halévy fu letto da molti come una ritrattazione. Charles Péguy scrisse in risposta il suggestivo Notre Jieunesse, pubblicato sempre nei Cahiers de la Quinzaine, dove contestava l'«aria di can bastonato» del suo amico e dove affermava di non riconoscersi «nel ritratto del dreyfusista» che vi era tratteggiato. Ma Halévy il quale, in seguito, avrebbe scritto una splendida opera storica, La fine dei notabili (1930) che sottolineava il paradosso della nascita della Terza Repubblica ad opera di un parlamento monarchico non aveva ritrattato nulla del suo antico impegno dreyfusardo, ma aveva denunciato il pericolo di una deriva demagogica: «quali erano stati i nostri timori durante il caso Dreyfus? Temevamo l'avvento di un blocco demagogico che avrebbe distrutto, sotto la propria autorità stupida, le poche libertà residue del Paese. E vedevamo precisamente, al termine della nostra lotta, all'indomani della nostra vittoria, un blocco analogo elevarsi vicino a noi, un blocco che si formava da noi stessi e approfittava dei nostri sforzi».

In realtà, al pari di tanti altri intellettuali di tradizione liberale e conservatrice, Daniel Halévy aveva espresso dubbi sull'«intelligenza» della folla e, quindi, implicitamente, sulla stessa democrazia. Non a caso, e non senza ragione, un grande spirito liberale come Paolo Vita Finzi, lo avrebbe inserito nel suo Pantheon di ritratti di spiriti inquieti intitolato Le delusioni della libertà.

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