Così Woolf-critica svelava le "ossa della narrativa"

Fra i saggi per il "Times Literary Supplement" due testi mai tradotti. Uno sul capitano Marryat

Così Woolf-critica svelava le "ossa della narrativa"

Che il pubblico desideri ancora leggere i libri del capitano è provato dal fatto che i più celebri, Peter l'ingenuo e Jacob Faithful, sono stati ristampati alcuni anni or sono in una bella e pregiata edizione, con introduzioni a firma del professor Saintsbury e di Michael Sadleir. Sono libri che si lasciano leggere, per quanto nessuno pretenda che si tratti di capolavori. Non ci hanno consegnato alcuna scena o personaggio immortale; non faranno certo epoca nella storia del romanzo. Il critico attento al pedigree vi riscontrerà influenze di Defoe, Fielding e Smollett, evidenti in quelle pagine semplici. Forse ci piacciono per ragioni che esulano dalla letteratura. Il sole sui campi di mais; il gabbiano che segue l'aratro; i semplici discorsi della gente di campagna appoggiata alle staccionate suscita in noi il desiderio di liberarci della pelle di un secolo e di tornare a quei tempi semplici. Ma nessuno scrittore vivente, per quanto si impegni, può riportare in vita il passato, perché nessuno scrittore vivente può riportare in vita una giornata normale. La vede attraverso una lente, sentimentale o romantica che essa sia; è o troppo bella o troppo brutale; manca di normalità. Ma il mondo del 1806 era per il capitano Marryat ciò che il mondo del 1935 è per noi, un luogo come un altro, nel quale non c'è nulla che attiri il nostro sguardo per strada, nulla di particolare nella lingua che sentiamo. Così, per il capitano Marryat non c'era nulla di strano in un marinaio con un codino, o nella donna a bordo della bettolina che si esprimeva in un inglese sboccato. Per questo il mondo del 1806 ci appare vero e normale, e allo stesso tempo ha contorni definiti e peculiari. E quando non ci divertiamo più a guardare un giorno normale di un secolo fa, continuiamo a leggere perché le nostre facoltà critiche sono stuzzicate da un libro che non è tra i classici. Sotto alta pressione, l'immaginazione dell'artista lascia poca traccia del suo sforzo; dobbiamo camminare in punta di piedi, guardinghi, tra le giunture invisibili e i matrimoni completi che hanno luogo nelle alte sfere. Qui è più facile. Qui, in questi libri più grezzi, arriviamo più vicini all'arte della narrativa; vediamo ossa, muscoli e arterie chiaramente segnalati. È un buon esercizio di critica seguire nel suo lavoro uno scrittore di grande mestiere, di talento non eccessivo ma sufficiente. E leggendo Peter l'ingenuo e Jacob Faithful, non c'è dubbio che il capitano Marryat possedesse, seppure allo stato embrionale, tutti i talenti che servono a fare un maestro. Lo riteniamo un semplice narratore per ragazzi? Ecco un brano in cui si vede che sapeva usare la lingua con la creatività di un poeta; anche se per coglierne l'effetto pieno, come sempre nella narrativa, bisogna arrivare a leggerlo attraverso le emozioni dei personaggi. Jacob è solo dopo la morte del padre a bordo della bettolina sul Tamigi, all'alba:

Mi guardai intorno la nebbiolina del mattino era sospesa sul fiume... Quando sorse il sole, si schiarì gradualmente; alberi, case e campi verdi, altre chiatte che risalivano il fiume con la marea, barche che passavano e ripassavano, l'abbaiare dei cani, il fumo che saliva dalle varie ciminiere, tutto mi arrivava per gradi; e fui richiamato alla sensazione di essere in un mondo indaffarato, e di avere un compito da svolgere.

Poi, se vogliamo una prova del fatto che il capitano, malgrado la gagliardia, avesse quella sensibilità verbale che al tocco di un pensiero congeniale fa faville, ecco un discorso su un naso.

Non era un naso aquilino, né un naso aquilino alla rovescia. Non era un naso schiacciato all'insù, grossolano, pesante, brufoloso o scanalato. In tutta la sua ampiezza di proporzioni era un naso intellettuale. Era magro, corneo, trasparente e sonoro. Il suo inspiro era borioso, il suo starnuto oracolare. Faceva impressione solo a vederlo; quando veniva soffiato in orario scolastico aveva un suono sinistro.

Tale era il naso che Jacob vide incombergli sulla testa quando si svegliò sfebbrato e sentì il dominie pronunciare queste strane parole: «Terra, sii leggera al mozzo della bettolina il loto, la ninfea, che è stata scagliata a riva per morire». E per pagine e pagine scrive una prosa tersa che è la lingua naturale di una scuola di scrittori formatisi per muovere in tempi rapidi una grande comitiva da un evento all'altro sulla solida terra. Inoltre, è capace di creare un mondo; riesce a metterci in mezzo a navi, uomini, al mare e al cielo, ed è tutto vivo, credibile, autentico, come capiamo all'improvviso quando Peter cita una lettera che ha ricevuto da casa e appare l'altro lato della scena; la solida terra, l'Inghilterra, l'Inghilterra di Jane Austen, con le sue canoniche, le sue dimore di campagna, le fanciulle che stanno a casa, i ragazzi che s'imbarcano; e per un istante quei due mondi, agli antipodi eppure così intimamente connessi, si incontrano. Ma forse il più grande talento del capitano era la capacità di delineare i personaggi. Le sue pagine pullulano di volti segnati. C'è il capitano Kearney, magnifico bugiardo; e il capitano Horton, che passa le sue giornate a letto; e il signor Chucks, la signora Trotter che scrocca undici paia di calze in cotone sono tutti disegnati con un tratto sicuro, deciso, sono volti reali che la penna del capitano, ci dicono, era solita trasformare in caricature sul suo taccuino.

Con tutte queste qualità, allora, che cosa non funzionava nella sua attrezzatura? Perché l'attenzione sfugge e l'occhio registra solo parole stampate? Un motivo, naturalmente, è che non ci sono vette in questo mondo piatto. Per quanto violento e convulso, pieno di lotte e fughe come il diario privato del capitano Marryat, è pervaso da un senso di monotonia; la stessa emozione viene ripetuta; non ci sembra mai di arrivare a qualcosa; la fine non è mai un compimento. E ancora, per quanto enfatici e taglienti siano, nessuno dei suoi personaggi trova pieno sviluppo, perché mancano alcuni elementi necessari alla creazione del personaggio. Una frase scelta a caso fa capire perché è così. «Dopodiché parlammo per due ore; ma quel che si dicono gli innamorati è assai stupido, tranne che per loro stessi, e non è il caso di annoiare il lettore.» Le emozioni più intense della razza umana sono escluse. L'amore è bandito; e quando l'amore è bandito, ad altre valide emozioni a esso connesse tocca la stessa sorte. Lo humour deve avere un po' di passione; la morte qualcosa che inviti alla riflessione. Ma qui abbiamo una specie di luminosa durezza. Per quanto nutra un amore curioso per ciò che è fisicamente disgustoso il volto di un bambino morso da un pesce, quello di una donna gonfio di gin sessualmente non è casto ma pudico, e la sua moralità ha la loquace untuosità di un maestro di scuola che fa la predica ai suoi allievi. Insomma, dopo una buona dose di piacere giunge il momento in cui l'incantesimo del capitano Marryat comincia a svanire, e attraverso il velo della narrativa scorgiamo i fatti fatti, è vero, interessanti di per sé; fatti che riguardano i vari tipi di lance, e il modo in cui le barche che entrano in azione «sono attrezzate per remare con anelli di corda su scalmi di ferro»; ma il loro interesse è di un altro genere, e così poco in armonia con l'immaginazione come l'armadio di una stanza da letto con il sogno di chi si sveglia dal sonno.

© 2019 Times Literary Supplement. First published in Great Britain in 2019 by TLS Books, An Imprint of HarperCollins Publishers

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