Dalle critiche all'osanna, storia e (s)fortune del "Macbeth" di Verdi

L'opera apre per la quarta volta la stagione della Scala: a lungo incompresa, oggi è un classico

Dalle critiche all'osanna, storia e (s)fortune del "Macbeth" di Verdi

«Il libretto del Macbeth è una riduzione infelice della tragedia shakespeariana; rimescola insieme enfasi, violenza, volgarità drammatiche. Né il maestro riesce a scolpire musicalmente i personaggi del Macbeth. Egli è ben lontano dal conseguire una espressione che faccia dimenticare il vuoto delle formule e delle convenzioni stilistiche in cui l'opera italiana è caduta. Ciò che più meraviglia è il decadimento del pensiero musicale appena accenna a volersi elevare e annobilire».

Una simile negazione critica colpisce proprio i valori per i quali oggi ammiriamo il Macbeth, l'opera che per la quarta volta nella sua storia aprirà la stagione del Teatro alla Scala (basterebbero solamente la colossale grandiosità dei personaggi principali, Macbeth e Signora, che nulla hanno di convenzionale o la presenza del fantastico romantico ecc.). Stupisce che a formulare questa stroncatura sia stato un musicologo e valente direttore artistico come Carlo Gatti, che a Giuseppe Verdi dedicò un'importante monografia. Condanna senza appello del Macbeth che rivela molto dell'atteggiamento che su Verdi gravava ancora nel 1931, quando venne pubblicata la monografia dall'editore Alpes.

A parte il Verdi delle vette, quello della maturità, da Aida in avanti, e quello della trilogia popolare (Traviata, Trovatore, Rigoletto) che Arturo Toscanini e seguaci riscattavano a nuova vita dall'inizio del secolo Ventesimo, molto del «primo» Verdi, doveva attendere la rinascita. Questa partì dalla Germania espressionista, dove le opere tratte dalle tragedie di Schiller (Luisa Miller, Masnadieri, Don Carlo) e il Macbeth da Shakespeare trovarono terreno fertile con direttori dell'autorità di Erich Kleiber, Fritz Busch e Clemens Krauss. Alla Scala Macbeth, mancato per quasi mezzo secolo, tornò nel 1938 con Gino Marinuzzi che la riportò agli onori della serata d'apertura. Perché l'opera ricominciasse a guadagnare spazio bisognava attendere il cinquantenario della morte di Verdi, quando Vittorio Gui ne diresse al «Maggio Musicale» di Firenze, un'edizione, protagonista una voce wagneriana di grande forza, Astrid Varnay, con la regia di Gustav Gründgens, il famoso attore-regista tedesco, spericolato arrivista immortalato dal cognato Klaus Mann nel libro Mephisto. Fondali di traliccio e veli che assecondavano nel modo più evocativo e fantastico l'aura espressionista del dramma (un testimone oculare di quello spettacolo, Franco Zeffirelli, rimase stregato: in scena, disse, «c'era la presenza fisica del Male»).

L'anno seguente, 1952, Victor De Sabata inaugurò con il peso della sua unicità musicale la stagione della Scala. La regia di quel Macbeth era affidata ad un illustre regista tedesco che aveva fondato il Festival di Glyndebourne con Busch, Carl Ebert. Fu lo spettacolo in cui il camaleonte Maria Callas rivelò il colore satanico della sua voce, assurgendo a trionfatrice in una parte a cui seppe dare rilievo totale, attoriale e vocale.

Allora il giudizio sul Macbeth era in mutazione, anche perché anche i detrattori della dei cosiddetti «anni di galera» di Verdi, non dimenticarono di sottolineare che l'opera era frutto della grande revisione del 1865, quando Verdi ripensò la sua vecchia opera del '47 per la grande boutique dell'Opéra di Parigi. Una revisione che aggiunse alcuni dei punti più alti dell'opera (il coro dei profughi scozzesi, Patria oppressa, quasi un cartone preparatorio della Messa da Requiem), sostituì arie e duetti con non minore felicità, realizzò ex novo un balletto nella grande scena delle apparizioni e un finale di grandiosità beethoveniana. Per usare le parole di un critico fra i più intelligenti, presenti alla resurrezione fiorentina del 51, Giorgio Vigolo: «Il rifacimento francese non toccò la sostanza del monstrum, che era già tale nel primo parto del '47 spettacolosa giuntura e in un certo qual senso affascinante mistura di bello e di brutto, di orroroso cattivo gusto e di balzante incisività sanguigna: qualcosa come un minotauro infiocchettato, che danzi ora le sue polche sui posteriori a suon di nacchere e chitarre, e ora ricada, ruggente e da far paura, sui quattro zoccoli della sua innegabile forza. Così è difficile immaginare una scena più sinistra di questa Lady Macbeth che intona il brindisi della Traviata fra i ballabili di Luigi Filippo, rovesciati nella remota Scozia dell'anno 1000».

Saranno proprio tre grandi protagonisti del teatro di regia, Luchino Visconti con la collaborazione per scene e costumi di Piero Tosi, Jean Vilar e Giorgio Strehler con Luciano Damiani, rispettivamente aprendosi nel 1958 il primo Festival dei Due Mondi di Spoleto con la rivelazione direttoriale di Thomas Schippers, ritornando nel 1964 l'opera alla Scala con l'originale e molto discussa guida musicale di Hermann Scherchen e inaugurandosi per la terza volta col titolo verdiano la stagione della Scala 1976 con quello che diventò un cavallo di battaglia operistico di Claudio Abbado, a sancire la definitiva consacrazione dell'opera come il primo capolavoro shakespeariano di Verdi.

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