Quel diavolo di Baker è morto, ma l'angelo Chet suona ancora

Roberto Cotroneo immagina uno scrittore-pianista che indaga sulla misteriosa riapparizione del jazzista

Quel diavolo di Baker è morto, ma l'angelo Chet suona ancora

Secondo Frank Zappa, «scrivere di musica è come ballare di architettura». Per fortuna ci sono eccezioni. Una è il romanzo Chet (Neri Pozza, pagg. 190, euro 17) di Roberto Cotroneo. Chet, ovviamente, è Chet Baker, trombettista e cantante, simbolo del cool jazz, rivale di Miles Davis, almeno per un momento negli anni Cinquanta. Nel libro Miles va a un concerto di Chet e gli dice: «Hai fatto schifo» senza neppure degnarlo di uno sguardo. Chiediamo lumi proprio a Cotroneo: «Chet era un povero bianco, Miles un nero benestante. Davis è stato forse il più grande, era sofisticato, colto, preciso. Chet però aveva qualcosa di sfuggente che lo rendeva straordinario. Baker aveva anche la voce: una voce-non voce, spontanea, anche stonata a volte, ma unica. Sono due modi lontani di suonare, sono forse due modi diversi di affrontare la vita».

Angelico di aspetto e diabolico all'occorrenza, tossicodipendente a vita, alla costante ricerca di soldi, Chet poteva essere un ospite amabile ma fregarsi l'argenteria prima di tornare per strada. Proprio in strada si ridusse a suonare, a Roma, per pochi spiccioli. In carcere, invece, suonava per sentirsi libero, e la gente di passaggio, a Lucca, si fermava ad ascoltare le note che fuggivano tra le sbarre per perdersi nel cielo infinito. Il suo viso da cherubino, che ricordava James Dean, si coprì presto di rughe. Finì con incidere troppi dischi, per procurarsi qualche dose. Chet morì ad Amsterdam il 13 maggio 1988. Aveva 58 anni. Cadde dalla finestra di un hotel. Suicidio o incidente forse provocato da una overdose? Non lo sapremo mai. C'era poco da investigare per la polizia olandese. Chet era l'ennesimo musicista jazz che moriva a causa della droga. Niente di strano. Il caso era chiuso.

Roberto Cotroneo immagina invece che Chet sia ancora vivo. La morte è stata una messinscena, una partitura ben orchestrata al fine di consentire a Chet di sparire. Il Chet del 1988, racconta Cotroneo, aveva smesso di farsi e aveva raggiunto una sorta di illuminazione. Qualcosa si era risvegliato nel profondo del suo cuore.

Uno scrittore-pianista, durante un trasloco, trova un vecchio spartito di My Funny Valentine, uno standard del jazz indissolubilmente legato alla voce e alla tromba di Chet Baker. Fu Chet a riscoprire il brano, a inciderlo a inizio carriera e a eseguirlo in ogni concerto. Per decenni, in versioni sempre più rarefatte ed essenziali. Chet va per sottrazione di note, non gli interessa l'intelligenza di Miles Davis, gli interessa esprimere il dolore nella forma più pura.

Lo scrittore-pianista si trova presto coinvolto in una strana storia, che lo spinge a cercare Baker. Chet è vivo. Risiede nelle campagne pugliesi, non distante dal mare, in una casa di legno. Il narratore si mette in viaggio per verificare di persona e incontra un uomo che potrebbe essere Chet Baker. È davvero lui? A quanto pare, Chet ha raggiunto una peculiare forma di saggezza. Suona ancora, quando è solo. Saltano fuori sorprendenti incisioni casalinghe. Si sentono lunghi silenzi, i movimenti di Chet nella stanza, qualche nota che non diventa mai fraseggio ma va a comporre, nella testa prima che nelle orecchie, la melodia di My Funny Valentine. Questa volta, però, è come se la vita stessa, attraverso le pause, entrasse a far parte della canzone. Ci dice Cotroneo: «Il silenzio è il rovescio della musica? In realtà si suonano anche le pause, non è un caso che uno dei brani simbolo del Novecento sia 4' 33'' di John Cage: quattro minuti e mezzo di silenzio, appunto. A parte questo caso estremo, il silenzio sottolinea e rende straordinaria la musica. Resta da capire se siamo capaci di percepire il silenzio, perfino l'universo ha un suono».

Nel corso delle sue indagini, lo scrittore-pianista si imbatte nella comunità di seguaci del filosofo, mistico e musicista Georges Ivanovic Gurdjieff (1866-1949). Ci troviamo in pieno esoterismo, alle prese con una spiritualità che cerca le radici comuni delle diverse religioni per «svegliare» gli adepti. Il «risveglio» consiste nell'essere pienamente se stessi, lasciando da parte gli automatismi psicologici. Gurdjieff insegnava anche una teoria musicale che, tagliando con l'accetta, tende a riflettere l'armonia dell'universo.

Prima di alzare il sopracciglio, prendete in esame questa informazione: tra i musicisti, i discepoli del pensatore armeno sono numerosi. Keith Jarrett, per dirne uno. Franco Battiato, per dirne un altro. Jarrett, tra l'altro, ha anche inciso gli Inni mistici di Gurdjieff e vale decisamente la pena di recuperare il disco, molto affascinante (Sacred Hymns, per piano solo, 1980).

Cotroneo ci spiega come Gurdjieff sia entrato nel suo romanzo: «Chet allievo indiretto di Gurdjieff è una mia invenzione. In fondo Baker avrebbe potuto essere uno dei ritratti raccolti negli Incontri con uomini straordinari, il libro più famoso di Gurdjieff. Jarrett è invece tuttora un seguace delle teorie di Gurdjieff. Tra le My Funny Valentine, escluse quelle di Chet, la mia preferita è proprio quella di Jarrett, quasi irriconoscibile al primo ascolto nel suo motivo dominante».

Torniamo al romanzo. Chet si è «risvegliato» ma anche per lo scrittore-pianista sembra giunto il momento di cambiare e sciogliere qualche nodo del passato. Cotroneo descrive questo momento esistenziale con grande delicatezza, la sua scrittura si mette proprio sulle orme dell'ultimo, rarefatto ed essenziale Chet. Quindi, Frank Zappa ci perdoni, «scrivere di musica» è possibile.

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